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mercoledì, aprile 13, 2005
Andrea Dworkin, una scrittrice alla guerra dei sessi
Scomparsa a 58 anni la femminista americana che definì la ornografia «genocidio culturale delle donne»
WASHINGTON - Con tre giorni di ritardo, l’America ha ieri appreso della morte della sua femminista più radicale e combattiva: Andrea Dworkin, che combatté la pornografia definendola genocidio e olocausto culturale delle donne e di cui la rivista inglese Punch scrisse «è la Leon Trotsky della guerra dei sessi». Il decesso, a Washington, risale a sabato ed è attribuito alle numerose malattie che da anni affliggevano l’autrice di Woman hating (Odiare le donne, 1974), Men possessing women (Gli uomini possiedono le donne, 1981) e numerosi altri bestseller. Lo ha annunciato il marito John Stoltenberg, dichiaratamente gay come lei, da un trentennio suo compagno di battaglie. L’ufficiale medico ha ordinato accertamenti: Andrea Dworkin aveva 58 anni ed era reduce da un intervento chirurgico. Ultimamente, la metamorfosi conservatrice dell’America aveva privato la Dworkin, figlia di un sindacalista del New Jersey, della scena nazionale.
L’eroina della rivoluzione pacifista degli anni Sessanta e di quella femminista degli anni Settanta e Ottanta sembrava un anacronismo e il suo ultimo libro, pubblicato nel 2000, Gli ebrei, Israele e la liberazione femminile , in cui sosteneva che anche le donne hanno diritto a un proprio stato, fu giudicato dai più una provocazione. Ma la sua biografia riassume uno dei capitoli più turbolenti della storia americana e la sua dottrina ha lasciato un segno: negli anni Ottanta, con l’aiuto di una celebre giurista, Catherine MacKinnon, la Dworkin pubblicò un manifesto contro la pornografia che divenne un’ordinanza comunale in numerose città, finché la Corte suprema non lo abolì, ritenendolo una violazione della Costituzione e della libertà di stampa. Il femminismo viscerale di Andrea Dworkin esplose nell’adolescenza: al liceo fece propaganda per l’aborto, all’università denunciò la guerra del Vietnam e più tardi abbracciò le causa delle comuni e dei «figli dei fiori» a New York. Gli arresti, gli abusi sessuali, il matrimonio con un manesco anarchico in Olanda, dove aveva cercato di esportare la rivoluzione femminista, la spinsero a cercare l’amore delle donne nella sfera privata e a propugnarne l’emancipazione nella sfera pubblica.
Il suo primo libro, pubblicato nel 1974, a 27 anni, fu una chiamata alle armi, «per distruggere il patriarcato e tutte le sue fonti, la famiglia, lo Stato, la conservazione». Seguì un ventennio di polemiche, che toccarono l’apice nel 1987, quando diede alle stampe Intercourse (Coito): i critici l’accusarono di equiparare il sesso allo stupro, lei ribatté che il matrimonio era «sesso forzato».
La sua crociata contro la pornografia scaturì dal più famoso film hardcore dell’epoca, Gola profonda , e dalla traumatica autobiografia dell’interprete, Linda Lovelace. La pornografia, proclamò la Dworkin, «è sfruttamento ed è un crimine contro i diritti civili delle donne». Malgrado il successo popolare, tuttavia, la crociata non ottenne l’appoggio del Congresso. La Dworkin si scagliò contro i politici, «uomini senza principi facilmente corruttibili».
Negli anni Novanta, quando la destra incominciò a farsi strada tra le donne, la scrittrice si dedicò al romanzo, pubblicando Mercy (Misericordia, 1991), storia di uno stupro, e Ice and fire (Ghiaccio e fuoco, 1986), storia di prostituzione. Trovò un pubblico più ampio all’estero che non in patria, dove il suo estremismo le aveva fatto troppi nemici: «Se volete leggermi - scherzò una volta - dovete andare in Nigeria».
13/04/2005 - Corriere della Sera - Ennio Caretto
martedì, aprile 05, 2005
«Sempre così carine», lesbiche e così trendy
Giancarlo Nanni mette in scena il testo di Claire Dowie al teatro Vascello di Roma. Una commedia molto fisica e piena di tic
Se pensate di poter racchiudere Claire Dowie in un’etichetta, astenetevi: l’attrice inglese, drammaturga e, da quest’anno, anche scrittrice di romanzi (Creating Chaos) è una fuori dai generi. Di ogni tipo. All’inizio ci si poteva anche provare, visto che la Claire si è fatta luce in palcoscenico con delle stand-up-comedy da lesbica arrabbiata. Ma i lampi di ironia che accendevano le sue pièces (tradotte ed esportate in Italia a più riprese, per esempio da Dodi Conti, interprete del suo Perché John Lennon porta la gonna?, mentre in questi giorni è in scena al teatro romano Vascello Sempre così carine per la regia di Giancarlo Nanni) dovevano mettere in guardia da posizioni troppo rigide. Dowie è una che va veloce, al passo coi tempi, e in linea con moti dell’anima imperscrutabili. Così, nel frattempo, le è capitato di incontrare un regista gay, Colin Watkeys, di farci l’amore, di restare incinta, di sposarlo e di farci anche un secondo figlio. In and out, sempre in modo scoperto, sempre sotto i riflettori che testimoniano un percorso umano dai risvolti imprevedibili.
Vita come punto di partenza, ma semplice spunto per costruire personaggi di totale fantasia. Anzi, come racconta l’autrice, sono «loro», una volta immaginati, a suggerirle come va avanti la storia. Coadiuvata dal marito che la «interroga» sui sentimenti, le motivazioni e le azioni dei personaggi, mentre Dowie è immersa nella sua trance creativa. Al «risveglio», passato un po’ di tempo, dalla scrittura e dall’allestimento, Claire dimentica tutto e pensa avanti. In grado di godersi da pura spettatrice - e divertendosi un mondo - i suoi precedenti lavori. Come Sempre così carine, appunto, giù nel ventre sofisticato del teatro Vascello, nella sala «degustazione», piccola e raccolta sotto a quella principale, dove, tra un bicchiere di vino e una tartina, si assiste a commedie da camera o esperimenti d’arti trasversali. Qui, Sabrina Venezia (che ha anche tradotto il testo della Dowie) e Francesca Fava mettono in scena con grande foga gli (ex)amori e le passioni di due compagne d’infanzia, cugine, mezze sorelle, amanti di transizione. Sotto l’occhiuta supervisione registica di Giancarlo Nanni, anche lui folgorato dalla grinta sferzante di Claire Dowie che trasforma in ring di interni femminili selvaggi. La storia - che emerge a ondate dal dialogo serrato - è quella di due adolescenti, diventate donne fatte, che si reincontrano-scontrano al funerale della madre di una delle due. È un gioco di rinfacci, una pavana di sentimenti alterni, uno sbattersi in faccia scelte di vita e di passione. L’una (Sabrina Venezia) intenta a ricomporsi di continuo l’abito e un’anima sgualcita dalla mancanza di amore materno, donna in carriera squillante e maquillage perfetto, mentre l’altra (Francesca Fava) esordisce da maschiaccia imperterrita, boccacciuta e pugilante, salvo poi scoprirsi madre di due figli. Botta su botta, battuta su battuta, viste da lontano, da un ideale buco della serratura mentre si stuzzicano e affondano le unghie l’una nel cuore dell’altra. Sottili, insinuanti, labirintiche, vendicative.
Da guardare da lontano, sembra suggerire la regia sorniona di Nanni, per poi riaccostarsi affascinato e divertito, come di fronte a gatte ronfanti cui è passata la bufera. Nelle sue mani il testo diventa quasi copione da commedia dell’arte di gesti, lazzi, sgambetti. Più carnale che visionario. Con un invisibile sorriso del Cheshire che aleggia nell’aria e accarezza gli affetti scompigliati delle due donne. Esistenze in bilico su abissi non prevedibili. Meglio stringersi vicine, sperando nel mondo che verrà...
03/04/2005 - L'Unità - Rossella Battisti
Il regista cerca attrici per il « Sex and the city » in chiave omosex
Si gira un film documento sulla realtà delle lesbiche in città.
I provini per le quattro protagoniste il prossimo 5 aprile al bar Tekabega - « Il cortometraggio s'intitolerà “ L'interruzione”. L'Università di Salerno ci aiuterà con 500 euro »
SALERNO — « Sex and the city » , il telefilm Usa diventato un cult in Italia, rivisto in chiave lesbica ed interamente realizzato a Salerno, con attori locali ed un regista sceneggiatore, Domenico Natella, anch'egli salernitano, già noto al mondo cinematografico nazionale. Con pochi soldi, 500 euro, garantiti dall'ateneo di Fisciano su un progetto dell'associazione omosessuale universitaria Renée Vivienne, e tanto entusiasmo un gruppo di ragazzi guidati da un professionista si sta per cimentare in un cortometraggio che parteciperà, dal prossimo anno, a festival generalisti e di settore. « Il film si intitolerà « L'interruzione » e seguirà un po' il filone di « Sex and the city » con quattro ragazze che, a cena, discutono della loro vita sentimentale rivela il regista il tutto naturalmente riletto in chiave omosessuale femminile. Perché l'obiettivo di questa produzione, che seguirà uno stile documentaristico, è affrontare un tema sociale attuale ed importante in chiave antidiscriminatoria. Insomma dare uno spaccato di normalità a chi non si rende conto di questa realtà. E credo che anche Salerno sia pronta per questa esperienza » .
Il casting, per scegliere le attrici protagoniste del film, che dovranno garantire una partecipazione a titolo gratuito, è previsto per il prossimo 5 aprile, alle ore 21, presso il bar Tekabega nel centro storico di Salerno. « Io ed alcune ragazze dell'associazione sceglieremo le protagoniste precisa Natella cerchiamo attrici tra i 20 ed i 35 anni, anche alla prima esperienza, che abbiano spontaneità e naturalezza. Questo può nascere da studi specifici ma anche da una predisposizione alla macchina da presa. Per questo non limitiamo la partecipazione a professionisti. La location delle riprese sarà una casa salernitana, per gli interni, ed una delle spiagge della città per le altre riprese » . L'idea è nata dalla possibilità di accedere a finanziamenti universitari per progetti promossi da associazioni interne all'Ateneo. Occasione colta dai soci della Renée Vivienne che hanno sottoposto l'idea al consiglio di amministrazione dell'Università. Che, nelle scorse settimane, ha approvato la realizzazione dell'opera per un impegno di spesa vicino ai 500 euro.
« E' importante, per noi, ringraziare l'ateneo per la disponibilità mostrata afferma Luciana Napoli, responsabile del progetto per l'associazione omosessuale universitaria non conta la cifra stanziata, che non coprirà tutte le spese ed è davvero irrisoria per i costi di questa produzione, ma è fondamentale l'aver dato seguito ad una idea con grande sensibilità. Proprio perché sono veramente pochi soldi chiediamo agli attori di partecipare gratuitamente e di esserci vicini. Affrontiamo un tema per il quale l'associazione si sta muovendo non solo in ambito universitario » . Non è la prima volta che l'università esplora l'omosessualità femminile: nel novembre 2003 suscità interesse e scalpore l'inchiesta apparsa sulla rivista di ateneo « Controcampus » . Felice Naddeo
Nel novembre 2003 il tema della diversità al femminile finì in prima pagina sul giornale d'ateneo « Controcampus »
02/04/2005 - Corriere del Mezzogiorno
Giornali: rubrica gay su quotidiano dei Socialisti
Si chiamerà 'Gay Lab' la nuova rubrica di politica e cultura omosessuale vicina all'area liberale e riformista alternativa alla sinistra.
ROMA - Da oggi ogni giovedì nel panorama editoriale italiano arriva un nuovo spazio per la comunità gay italiana. Si chiamerà 'Gay Lab' la nuova rubrica di politica e cultura omosessuale vicina all'area liberale e riformista alternativa alla sinistra. Ad ospitarla, il quotidiano "Il Socialista Lab", freschissimo organo del Nuovo Psi, l'unico partito politico della Casa delle Libertà apertamente favorevole al riconoscimento dei diritti delle persone e delle coppie omosessuali.
Daniele Priori di GayLib, curatore della rubrica, esprime gioia per "il nuovo riconoscimento dopo la pionieristica esperienza de "La Gaya Destra" su "L'Indipendente" diretto da Giordano Bruno Guerri".
31/03/2005 - Gay.it
domenica, marzo 27, 2005
Gli ambigui legami femminili
Lo riconosce la stessa autrice di questo grazioso libro: il titolo Virginia Woolf e le sue amiche è spudoratamento "ambiguo" e può essere interpretato in vari modi.
La stessa Virginia Woolf da qualche parte del suo immenso diario parlando dell'amicizia femminile - lei dice "saffica" - confessa che l'affascina il modo, diciamo così, naturale in cui trapassa in amicizia amorosa. E scrive ammaliata: «Oh, le donne "saffiche" - loro sì che sanno amare le donne!». Sta pensando alla sua adorata Vita Sackville West, che in questo volumetto compare insieme ad altre amiche: Ottoline e Katherine, Carrington e Ethel. E insieme a donne che di Virginia furono parenti - nonna, madre, sorella. Queste messe in prima fila, ed è giusto così: perché se le amiche di Virginia sono anche le donne che l'aiutarono, o le resero più difficile il compito di diventare donna; se è vero che donna non si nasce, ma lo si diventa; bene, la madre Julia, non v'è dubbio, ebbe un ruolo determinante nello sviluppo - come si direbbe oggi - della sua identità di genere. E prima di lei la nonna, e con lei la sorellastra Stella, figlia del primo matrimonio della madre.
Ora, ammesso che una tale dizione descriva qualcosa di sostanziale, è certo che per Virginia Woolf non fu facile essere "donna". Non poteva rassomigliare alla madre, anzi quel modello lo rifiutò. Maria (la nonna materna), Julia (la madre), Stella (la sorellastra) sono tutte riunite nel primo capitolo sotto la definizione "angeli del focolare" - figura contro la quale Virginia si scaglia a più riprese. Non solo nei romanzi, ma nel suo bellissimo pamphlet - Una stanza tutta per sé . E nell'altro, meno bello, ma più radicale contributo alla critica del patriarcato - Tre ghinee . Per Virginia fu subito chiaro: donne così non si poteva più essere. Bisognava essere donne in un altro modo. Virginia non voleva diventare un'ipocondriaca parassita come la nonna Mia, né crepare di fatica per curare il marito e i poveri come Julia, né sposarsi e morire di matrimonio come Stella. No, queste tre donne - "amiche" di Virginia, la quale le ama e loro amano lei - le erano in verità "nemiche". Bisognava combattere la passività femminile, il carisma femminile della rinuncia, dell'altruismo.
Trova amica su questa strada Vanessa, la sorella - la quale al focolare preferisce il cavalletto della pittrice. E Ottoline Morrell, che piuttosto vuole l'amore - di uomini e donne, non importa; ma che sia creativo, trasfigurante. Le è amica Katherine Mansfield - come lei scrittrice, che vuole una vita tutta sua, tutta da inventare. E per questo Virginia la invidia; ma soprattutto l'ammira, la sente così libera, così coraggiosa. Le è amica Carrington, la pittrice - che ama Lytton Strachey, adorato da Virginia, il quale è omosessuale; ma non importa, perché Carrington lo ama di amore platonico. Passione da non sottovalutare affatto nella sua intensità. Le è amica Vita, sappiamo; è l'unica che le doni il piacere dell'amore quando si fa estasi del corpo. Le è amica Ethel Smyth, la compositrice. Anche questo tardivo di una donna ormai anziana - aveva settantadue anni (e Virginia cinquanta) - fu amore. Virginia spesso se ne sentì perseguitata, perché c'è un aspetto dell'amore che può apparire violento, addirittura una persecuzione e con Ethel questo aspetto si manifestò, e sconvolse la fragile Virginia. Ma Ethel l'amava, e Virginia non disprezzava l'amore. Lo ricambiava. Specie quello femminile, che le donava il calore materno che aveva perso adolescente, e tutta la vita non fece che rimpiangere.
Amore, ispirazione, tenerezza, devozione - sono doni che si mescolano nel termine "amicizia". È amicizia anche il culto di noi lettrici - che negli ultimi venti anni e passa abbiamo dedicato a Virginia Woolf offerte e sacrifici e tributi, contribuendo alla creazione del suo mito. Noi le siamo devote amiche, perché l'amiamo. E l'amiamo perché poche scrittrici hanno saputo come Virginia Woolf amare le donne.
26/03/2005 - La Repubblica
venerdì, marzo 18, 2005
Tutto quello che avreste voluto sapere sulle lesbiche
Prima indagine sociologica su famiglia, lavoro, politica, maternità e amori delle donne omosex
Non hanno dubbi: la parola lesbica indica una donna che ama le donne, ma solo una su due la pronuncia per sé e chi lo fa a volte abbassa il tono della voce. Quattro su cinque hanno relazioni stabili, ma meno durature di quelle dei gay. Più della metà si dice femminista e moltissime vogliono rafforzare i legami tra donne, creare comunicazione e cultura. La maggioranza, quando sorge Afrodite, mette al primo posto i baci, poi le carezze e l'odore della pelle. In amore prediligono «affiatare» lingua e vagina, e una su due si abbandona all’amplesso tra le mani dell’altra. Ancora: infrangendo un certo immaginario da cabaret, solo una esigua minoranza (5 per cento) fa uso di falli finti. La metà di loro non si riconosce nelle donne mascoline. Vogliono un figlio e alcune sono diventate madri in una relazione stabile con un uomo. Una su due non nasconde di essere una mamma omosex. Tengono molto agli affetti, tante restano amiche quando l'amore fugge. Usano Internet anche per nascondersi dietro maschere seducenti per poi approdare a incontri oltre il virtuale. Al lavoro la metà parla di sé, però con i colleghi fidati, sanno che rischiano derisione e mobbing (una su dieci). Tifano quasi tutte per chi dice pubblicamente: «Sì, certo, sono una donna lesbica e ne vado fiera». La maggioranza conosce le proposte di legge per i diritti omosex, e la metà quando va alle urne tiene conto della posizione espressa a riguardo dai partiti. Sono consapevoli che una legge non coinciderà con la liberazione dai pregiudizi. Sognano un mondo in cui nessuno debba più nascondersi e la diversità di ciascuno sia di casa. La novità è di rilievo: donne lesbiche disposte a partecipare, intervenire negli spazi pubblici, unirsi e fare politica, senza smettere di sognare. Animate dalla voglia matta di essere sempre più libere, consapevoli di muoversi come apripista. Pronte a rischiare un po' di più, a non essere più soltanto voci fuori campo. Queste istantanee mai viste, frutto di uno studio che smonta gli stereotipi più gettonati sul lesbismo, sono una sintesi delle risposte agli oltre settecento questionari interpretati dal gruppo Soggettività lesbica della Libera università delle donne di Milano, compilati dalle donne per conoscersi e per entrare in relazione con chi nulla sa delle loro storie e pensieri.
Un'indagine che mancava, iniziata nel 2001 diffondendo su tutto il territorio nazionale tremila questionari, proseguita leggendone e interpretandone quanti ne hanno fatto ritorno debitamente compilati con aggiunta di voci libere, fertile arricchimento al lavoro. Nasce un libro, «Cocktail d'amore», ed. DeriveApprodi, scritto da Anita Sonego, Chantal Podio, Lucia Benedetti, Maria Pierri, Nicoletta Buonapace, Piera Vismara, Rosa Conti (a fine marzo in libreria, e fino ad allora da richiedere a: gruppogsl@yahoo.it ). Dopo le opere di sociologia che indagano sulla realtà gay - «Omosessuali moderni» di Barbagli e Colombo (Il Mulino), «Diversi da chi?» di Chiara Saraceno (Guerini e Associati) - un gruppo di donne lesbiche fotografa il proprio mondo in movimento. E inizia a colmare il vuoto di informazione che induceva a dire: «Delle lesbiche non sappiamo niente».
PARENTI E AMICI
Adesso sappiamo, invece, che le donne lesbiche rifiutano il cliché del maschio mancato, che due su tre si definiscono femminili, pur lasciandosi affascinare dal mito dell'androginia (una su tre). In famiglia solo la metà dice di sé: chi tace tende ad evitare i conflitti, chi parla sceglie quasi sempre di aprirsi con la madre (che reagisce con più inquietudine rispetto al padre) e lo fa per «bisogno di sincerità». Vogliono sentirsi intere e verificare le relazioni importanti. Sono pronte a ogni esito visto che, sebbene nel tempo i rapporti con i familiari migliorino, le reazioni alla «notizia» una volte su tre non sono positive e che i sentimenti dei genitori sono di accoglienza nel cinquanta per cento dei casi e di delusione e sopportazione nell'altra metà. Luci e ombre che non paralizzano come succedeva ieri, così il coming out in famiglia si rivela ora «una tragedia siciliana» ora «un'esperienza bellissima!». Nelle amicizie poco meno della metà frequenta indifferentemente maschi e femmine, sapendo di muoversi con gli uomini su un terreno oltre i codici consueti. Disinvolte a seconda dei contesti, in compagnia scelgono di passare al filtro della riservatezza e dell'agio i gesti affettivi verso la partner. Quasi tutte frequentano altre donne lesbiche e due su tre si incontrano nei locali «for women only». Si cercano e provano le une per le altre in primo luogo solidarietà (59,7 per cento) e, a seguire, complicità, identificazione, curiosità. Pur tenendo conto che a rispondere sono state le donne nell'orbita di associazioni e locali, possiamo comunque dire che il grido: «Sono l'unica lesbica al mondo» non rivela più il dramma di ogni donna che si scopre omosex.
COMPAGNE, MADRI, AMANTI
Spesso prima degli amori al femminile, si vive l'esperienza con un uomo. È il percorso emotivo di due lesbiche su tre, mentre per un terzo l'esordio dell'amore è con una donna. Altre volte rapporti etero e omo si alternano nel tempo e sono segnali di «un difficile percorso di accettazione della propria omosessualità», sottolineano le curatrici dell'indagine. Ma è diffusa la sensazione che non è il «letto» a rilevare l'orientamento, poiché come dice Paolo Rigliano in «Amori senza scandalo» (Feltrinelli): «Si è omosessuali per come ci si sente rispetto all'altro e non per quello che si fa». Così una su cinque si definisce lesbica pur non avendo avuto ancora né relazioni né flirt con donne. Nell'incontro l'età della partner sembra spesso indifferente e ad attrarre sono intelligenza e sensibilità (68 per cento), seguite da umorismo, ironia e bell'aspetto. Il sale del rapporto è costituito dall'affinità emotiva per la maggioranza e la soddisfazione sessuale gioca un buon ruolo (è importante per una su due). La metà dice di avere una vita sessuale soddisfacente e il 40 per cento la definisce «migliorabile». I ruoli nella coppia tendono ad alternarsi e restano per una su quattro aspetti temuti. Nel menage due su tre dividono equamente le spese in comune. La gelosia per eventuali altri rapporti d'amore o incontri sessuali della partner infiamma al massimo due terzi delle intervistate (risposte frenate?). La modalità diffusa di relazione è quella monogamica, non condivisa solo da una su cinque. L'amore finisce per la rottura della comunicazione verbale e per l'infedeltà. Al centro della relazione, il delicato equilibrio tra fusionalità - tendenza che si rivela spiccata - e capacità di vivere in modo autonomo la propria vita. L'amore travolgente, di cui molte parlano, necessita di una solidità dell'io per evitare che la passione sentimentale diventi perdita di sè. Una consapevolezza che è già conquista.
Il rapporto lesbico non frena più desideri di maternità che il 16 per cento delle intervistate ha cercato di realizzare, anche con un uomo che faccia da padre. Il desiderio di allevamento sembra diffuso quasi quanto quello di gravidanza e vede le partner desiderose di prendersi cura insieme dei figli. Per una mamma su tre che vive apertamente il suo lesbismo, un'altra sceglie la discrezione e un'altra ancora lo nasconde. Questo quadro in movimento di cui abbiamo dato solo un cenno (leggete il libro e di scoperte ne farete), che sembra fotografare un'esplosione al rallentatore di istanze e dimensioni finora compresse nel segreto, è dominato da un sogno di «libertà sociale». Per una vita migliore occorre, dicono in molte, «far politica, costruire gruppi seri, lottare insieme a tutti i discriminati». «Il nostro impegno, i nostri pensieri e il nostro desiderio - concludono le curatrici di “Coktail d'amore” - sono rivolti alla costruzione di un mondo in cui chiunque sia portatore di una diversità possa vivere senza menzogna e paura». Esce dal buio un coktail di luci.
15/03/2005 - L'Unità - Delia Vaccarello
“COCKTAIL D’AMORE” - 700 E PIU’ MODI DI ESSERE LESBICA
Settecento questionari distribuiti in tutta Italia: settecento donne che amano le donne, di età, condizioni sociali e livelli culturali diversi hanno risposto a 150 domande, di cui molte aperte, su aree come l'identità, la famiglia, le amicizie, le relazioni amorose, la maternità, i rapporti sociali e politici. Con un capitolo finale dedicato ai sogni sgorgati dalla domanda su cosa si potrebbe fare per migliorare le condizioni delle lesbiche nella società. Già questo dato basterebbe a segnalare l'importanza dello sforzo che sta dietro a questo libro: un'inchiesta vasta e impegnativa, corredata anche da un serie di interviste. Ma sbaglierebbe chi pensasse di trovarsi di fronte ad un trattato di tipo sociologico o ad un puzzle da cui far emergere il profilo di una "lesbica tipica".
Quello che colpisce nella lettura di queste pagine è la ricchezza, la varietà, la multiformità delle voci, la potenza con cui la vita emerge (col suo carico di gioie, dolori, amori, solitudini) e si intreccia con le parole. E così, insieme all'analisi delle risposte possiamo seguire i pensieri, le riflessioni, le emozioni delle donne che per anni hanno lavorato, prima alla stesura e poi alla lettura ed interpretazione dei questionari. Un gruppo nato nel '96 all'interno dell'Associazione per una Libera Università delle Donne, che è cresciuto insieme alle sue partecipanti: partito come "confronto di esperienze tra donne che amano le donne", è diventato (anche grazie all'incontro fecondo con la filosofa Teresa De Lauretiis e il suo libro "Pratica d'amore") "Gruppo Soggettività Lesbica", dove la parola soggettività sottolinea fortemente il valore attribuito ad ogni esperienza personale e alla singolarità di ciascuna.
Dalla riflessione sulla visibilità e dalla partecipazione al Gay Pride del 2000 a Roma prende poi corpo l'idea del questionario. Che è anche desiderio di comunicare all'esterno la complessità della realtà lesbica, per smontarne l' immagine stereotipa, restituire l'estrema pluralità delle storie e delle esperienze, i mille e più modi dello stare al mondo delle lesbiche.
Non c'è niente di ideologico in questo libro. Anche il tema dell'identità, molto presente, non diventa oggetto di rivendicazione politica, ma riguarda il senso di sè, la possibilità di vivere con pienezza, qualcosa che investe la persona e le sue esperienze. Le curatrici hanno scelto di non formulare teorie sul lesbismo, ma di dare spazio alle voci e alle vite. Sono i racconti diretti che comunicano e parlano, più efficacemente di quanto non potrebbero fare le interpretazioni. E' un libro in cui però c'è molto di politico: si parla di cambiare il mondo, di contribuire ad un radicale progetto di trasformazione della società, perchè un mondo in cui le diversità fossero ascoltate e rispettate sarebbe un luogo più vivibile e accogliente per tutti. Le donne che amano le donne, per vivere con libertà e dignità sono costrette ad affermare e contemporaneamente negare se stesse. Affermare la propria identità lesbica, pur nella consapevolezza che si tratta di una categoria costruita ed imposta e avere insieme l'obiettivo che questa classificazione si dissolva, questa identità si sovverta.
Se è ancora necessario rivendicare con orgoglio e passione l'essere lesbiche, l'impegno, i pensieri, i desideri, sono rivolti alla costruzione di un mondo in cui chiunque sia portatore di una diversità possa vivere senza dissimulazioni e senza paura. Alla luce del sole. E, come possiamo leggere nelle ultime righe, "la luce è un insieme di colori". In questo "Cocktail d'amore" non se ne perde nemmeno una sfumatura.
Un libro non solo per lesbiche, perché conoscano meglio il loro mondo, ma per tutti coloro che vogliono entrare in relazione con le storie, i sogni, i pensieri di donne che vivono accanto a loro. Per scoprire che "le donne che amano le donne, per vivere con dignità e libertà, sono costrette a un doppio movimento, contemporaneamente affermare e negare se stesse. Affermare la propria identità lesbica e - consapevoli che questa è una categoria costruita e imposta - avere insieme l'obiettivo che tale classificazione si dissolva, che tale identità si sovverta in una società in cui i diversi modi di vivere la sessualità siano davvero indifferenti. Se ancor oggi è necessario rivendicare con orgoglio e passione l'essere lesbiche, il nostro impegno, i nostri pensieri e il nostro desiderio sono rivolti alla costruzione di un mondo in cui chiunque sia portatore di una diversità possa abitarlo senza menzogna e paura".
Alla realizzazione del volume hanno collaborato: Anita Sonego, Chantal Podio, Lucia Benedetti, Piera Vismara, Rosa Conti, Maria Pierri e Nicoletta Buonapace.
http://www.arcigaymilano.org
martedì, marzo 01, 2005
LA VERA STORIA DEI GAY MANGA
La cultura giapponese non condannava l'omosessualità nemmeno nel medioevo. Così sin nei primi fumetti si è potuto parlare di sesso tra uomini. Fino ad arrivare oggi ai gay-sex videogames. Abbiamo accennato diverse volte al fatto che in Giappone i manga gay non sono gli shonen-ai (manga a tema gay per ragazze) che da diverso tempo vengono importati anche in Italia, e abbiamo anche determinato a grandi linee i loro tratti distintivi. Tuttavia, al di fuori dell'ambito gay giapponese, finora ben poco è stato detto sulla storia di un genere di manga che affonda le sue radici in una cultura millenaria che non ha mai criminalizzato l'omosessualità in quanto tale. Infatti è stato intorno all'anno mille che, dalla Cina, si diffuse un certo culto per l'omosessualità maschile, prima in ambito religioso e successivamente in ambito militare, che si manifestava liberamente anche in campo letterario e artistico. Quando i primi missionari giunsero nell'arcipelago cercarono subito di correre ai ripari, ma non fecero in tempo a fare molto perchè dal 1587 - caso più unico che raro - il cristianesimo venne dichiarato fuorilegge e pertanto il concetto occidentale di peccato non si diffuse.
Nel teatro tradizionale, intanto, i ruoli femminili erano diventati un'esclusiva maschile, e questo sdoganò anche il concetto di travestitismo (al punto che gli attori di teatro kabuki erano desiderati quanto le geishe più quotate). Questo clima di tolleranza scemò rapidamente a partire dal 1869, quando il Giappone si aprì alle potenze occidentali e uscì dal suo lungo medioevo: da un giorno all'altro l'omosessualità venne vista come una cosa indecente, se non una malattia mentale. Tuttavia non venne mai colpevolizzata come in occidente, e i gay bar gestiti dai travestiti erano diventati un classico dell'intrattenimento eterosessuale già negli anni '50 (anche se gli omosessuali avevano iniziato a vivere la loro condizione nel silenzio e nell'ombra). Poichè nessuna legge contro l'omosessualità o la rappresentazione della stessa venne mai varata, nei manga come nel mondo dell'animazione questa poteva comparire più o meno liberamente, a seconda dei temi e dei contesti narrativi, anche perchè era una componente sociale che non era mai stata rimossa né demonizzata dalla cultura popolare.
Fin dagli esordi, quindi, i manga hanno presentato personaggi che potevano avere risvolti ambigui, se non marcatamente gay (cosa impensabile per qualsiasi fumetto occidentale a grande diffusione). Ogni genere di manga, da quelli per bambini agli shonen-ai, nel corso del tempo ha sviluppato un proprio approccio alle tematiche omosessuali, ma nessuno di questi può considerarsi propriamente gay: in tutti questi casi i temi omosessuali sono trasfigurati in funzione delle esigenze narrative del genere di manga in cui compaiono. I primi manga gay non hanno visto la luce nel circuito classico dei manga, ma sono figli delle prime illustrazioni omoerotiche dell'età moderna, la cui storia è intimamente legata alle pubblicazioni gay giapponesi, nate quasi per caso negli anni '60.
Tutto cominciò con il magazine erotico Fuzokukitan (1960-1974) che, come molte riviste dell'epoca, trattava tutto quanto esulava dal concetto di sesso canonico (dal sadomaso al travestitismo, dal lesbismo al bondage...) e che iniziò a ospitare saltuariamente illustrazioni e articoli dedicati all'omosessualità maschile. Attorno a questa rivista si raccolse un primo nucleo di pubblico gay, da cui prese le mosse la prima rivista gay giapponese: Barazoku (1970), che assorbì tutti gli illustratori omoerotici che lavoravano su Fuzokukitan. Questi autori, tra i quali ricordiamo Go Mishima e Sanshi Funayama, erano caratterizzati da un erotismo crudo, tenebroso e un po' perverso che tenne banco per tutti gli anni '70 e che avrebbe influenzato fino ad oggi gli autori di manga gay.
Pian piano, però, le riviste si moltiplicano e i generi si differenziano (hanno molto successo quelle dedicate al genere chubby, forse perchè strizzano l'occhio all'adorazione tutta giapponese per i lottatori di sumo), fino a quando negli anni '80 si fa più massiccia l'importazione di materiale gay occidentale. Un erotismo muscoloso e scanzonato prende il posto di quello assai più morboso e inquietante che lo aveva preceduto: grazie ad autori come Ben Rimura (tutt'ora in auge), i gay giapponesi scoprono una sessualità più leggera e sulle riviste gay iniziano a comparire i primi manga gay veri e propri. Nella maggior parte dei casi si trattava di episodi autoconclusivi (ma le serie non mancavano), il più delle volte incentrati sul percorso di iniziazione sessuale dei protagonisti, inteso soprattutto come un percorso di maturazione emotiva e personale. La novità è che in questi manga il sesso gay è molto presente ed è usato alla stregua di un linguaggio, e non come un elemento decorativo o - peggio ancora - come una parentesi narrativa nel corso di una storia più o meno articolata.
Purtroppo tutto questo materiale non è mai uscito dal circuito delle riviste gay giapponesi (gestite da editori non specializzati in manga), e non è mai stato valorizzato al di fuori della comunità gay nipponica, perlomeno fino agli anni '90. Il punto di svolta è arrivato proprio quando, a partire dai primi anni dello scorso decennio, i media giapponesi e le riviste più quotate hanno iniziato a dare spazio a temi legati all'omosessualità. A quel punto la comunità gay giapponese ha pensato che fosse giunto il momento di iniziare ad uscire allo scoperto dopo anni di semi clandestinità, rinnovando la sua immagine e adeguandola agli standard delle comunità gay occidentali meglio organizzate. Molte riviste gay giapponesi storiche chiudono, per lasciare il posto a tutta una serie di prodotti più ricchi e innovativi.
Ad inaugurare questo nuovo trend ci pensa BADI, magazine nato nel 1994 e dedicato ai gay giovani, seguito nel 1995 da G-MEN per i gay più machos... In un crescendo di proposte editoriali che oggi conta una dozzina di periodici che si rivolgono ai più vari settori della comunità gay giapponese: riviste per gay di tutti i tipi, ma anche per travestiti, per lesbiche, per transessuali e persino per drag-queen! Ognuna di queste riviste dà molto spazio a manga e racconti illustrati, e i nuovi artisti sono influenzati dallo stile dei manga più commerciali, dalle serie animate più in voga e dal mondo dei videogames.
Tuttavia l'artista che segna il passaggio ad una nuova fase della storia dei manga gay è Gingoroh Tegame, un artista lanciato da G-MEN e il cui successo ha spinto la sua casa editrice a raccogliere i suoi fumetti in volumi, distribuiti per la prima volta nel circuito dei manga ufficiali. Il riscontro dell'iniziativa ha fatto sì che altre riviste gay nipponiche iniziassero a editare i loro manga in volume e, soprattutto, ha spinto editori specializzati in prodotti erotici ad aprire delle sezioni espressamente dedicate ai manga gay (ripresi dalle riviste o realizzati per l'occasione). Attualmente questa nicchia di mercato sta attraversando un periodo di particolare fermento: le iniziative editoriali si moltiplicano, mentre gli autori possono avere un'istantanea visibilità grazie a curatissimi siti internet (che spesso hanno l'unico difetto di essere solo in lingua giapponese).
L'ultima frontiera in fatto di manga gay sembrano essere i CD-ROM interattivi: veri e propri incroci fra manga e videogiochi di simulazione, in cui il giocatore può gestire le azioni dei protagonisti (possibilmente spingendoli verso libinosissime situazioni). Il primo esperimento in questo senso è stato il fantasy Guizard (2001), ma questi manga-videogioco (in cui spesso i protagonisti si rivolgono direttamente al giocatore) stanno esplorando tutte le ambientazioni e gli stili possibili. Solo il tempo potrà dire in quali direzioni si svilupperà questo genere di manga, ma è indubbio che il suo crescente successo (perlomeno in Giappone) stia a dimostrare che un'ampia fetta di pubblico aspettava solo di essere scoperta e valorizzata.
Se volete saperne di più sui manga gay (ma anche sulla storia dell'omosessualità in Giappone e sull'influenza che questa ha avuto sui manga in generale), il numero 166 della rivista BLUE (in edicola e fumetteria a partire dai primi di marzo 2005), dedica all'argomento un lunghissimo e articolato dossier scritto e documentato dal sottoscritto, che a partire da aprile terrà sulla stessa rivista una sezione dedicata all'erotismo gay (con uno spazio fisso per pubblicare fumetti a tema).
27/02/2005 - Gay.it - Valeriano Elfodiluce
mercoledì, febbraio 23, 2005
I SIMPSON CELEBRANO SU FOX IL PRIMO MATRIMONIO GAY ANIMATO
New York, 21 feb. (Apcom) - Il primo matrimonio gay tra personaggi animati è stato celebrato ieri in televisione, in una puntata della serie televisiva "I Simpsons", in onda tutte le sere sul canale Fox. La protagonista è stata Patty, una delle due sorelle "nicotina-dipendenti" di Marge Simpson. La donna ha potuto finalmente coronare il suo sogno, rendendo pubblico un segreto che da sempre teneva nascosto, il suo amore per Veronica, nota professionista di golf. Nel corso dello stesso episodio, intitolato "There's Something About Marrying" (qualcosa a proposito dei matrimoni), il comune di Springfield decide di legalizzare i matrimoni tra gay, nel tentativo di ridare slancio al turismo locale. Mentre Homer Simpson diventa ministro e celebra su Internet decine di matrimoni tra persone dello stesso sesso, facendo pagare 200 dollari a coppia. Grande soddisfazione è stata espressa dalle associazioni gay americane e da quelle che si battono per la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. "I Simpsons sono seguiti da migliaia di persone," ha detto Stephen Macias, rappresentate del gruppo "Gay & Lesbian Alliance against defamation". Macias si è detto convinto che la puntata di ieri sera, mandata in onda senza censure, rappresenta un passo in avanti nella discussione per la legalizzazione dei matrimoni tra gay.
Non sono mancate comunque le prese di distanza, come quelle di Brent Bozell, direttore di Parents Television Council, che ha criticato lo show dei Simpson, pur confessando di non avere ancora visto la puntata.
21/02/2005 - APCOM
giovedì, febbraio 17, 2005
Il gay-pride della Tv
SONO usciti allo scoperto anche in Tv imponendo la propria visibilità all’interno di una larga fetta della programmazione televisiva pubblica e privata. Sembra quasi che una sorta di "partito dei gay" campeggi in Tv e cerchi di rivendicare, in qualsiasi maniera anche forte, l’affermazione dei propri diritti, di idee, opinioni, tendenze, mode, prevalentemente di parte. Insomma i gay hanno conquistato la Tv generalista, la dominano con la propria presenza. Il telespettatore assiste ad una sorta di "gay pride del piccolo schermo", un orgoglio estremo, discutibile, talvolta eccessivo in nome del quale, da qualche tempo, si realizzano persino trasmissioni con conduttori dichiaratamente gay. Due gli esempi più significativi: «I fantastici 5», in onda su La7 in prima serata, in cui cinque ragazzi omosessuali dichiarati cercano di migliorare la vita ad una persona eterosessuale, e «Cronache marziane», talk show trasmesso da Italia Uno in seconda serata il mercoledì ed il venerdì, con Fabio Canino alla conduzione. Proprio nella puntata di mercoledì scorso del programma dal target giovanile, considerato "estremo" per le modalità con cui vengono affrontati gli argomenti, il tema della serata «i gay in Tv», ha fatto registrare discussioni sopra le righe tra gli intervenuti. Vladimir Luxuria, uno degli ospiti, si è scagliato contro Valerio Merola, colpevole, a suo dire, di eccesso di colpevolizzazione della categoria gay. Sono volate parole forti. «Posso ascoltare chi la pensa differente da me - ci ha detto ieri Luxuria - ma non ammetto che qualcuno si erga a moralista». Nel gran caos scaturito e a stento tenuto a bada dal padrone di casa, si è inserito l’intervento, durante la trasmissione, di padre Apeles, venuto appositamente da Barcellona per partecipare alla puntata. Il prete, ospite fisso della consorella versione spagnola di «Cronache marziane» cui il format italiano è ispirato, ha stigmatizzato la propria condanna per gli eccessi sul cosiddetto «gay pride» che vige oggi in Tv, puntualizzando che non condivideva la prova di potere di cui vogliono essere necessariamente protagonisti i gay in video. Ma non tutto ciò che realizzano i gay in Tv sembra piacere ai propri colleghi. Critico su alcune trasmissioni è lo stesso Luxuria che ammette: «Non amo, ad esempio, "I fantastici 5", di La7, mi dà fastidio che cinque gay vogliano insegnare agli altri a vivere. Trovo inoltre Cristiano Malgioglio alquanto sgrammaticato nel linguaggio». Ma la lista di personaggi gay che vagano da una parte all’altra dell’etere è lunga e si è recentemente allungata ancora di più con l’"outing" di volti noti del piccolo schermo che hanno voluto far conoscere al pubblico le proprie tendenze sessuali. Tra questi ultimi il conduttore del programma «La macchina del tempo», Alessandro Cecchi Paone che, subito dopo aver fatto la gran confessione, è stato ospite, anche agguerrito, di una serie di programmi Tv nei quali veniva affrontato l’argomento della diversità sessuale. Attualmente in Tanzania per la registrazione di alcune puntate de «La macchina del tempo», Cecchi Paone divide la scena televisiva con altri personaggi quali Solange e Cristiano Malgioglio. Anche se Malgioglio ha un approccio televisivo più familiare e ci ha dichiarato che mai condurrebbe un programma come «Cronache marziane», sottolineando che la versione spagnola è di gran lunga più gridata ed estrema rispetto a quella italiana. «Basta con l’esaltazione e la provocazione delle proprie tendenze in Tv, come nella vita - stigmatizza Lando Buzzanca protagonista di «Mio figlio» prima fiction televisiva in cui si affrontava la tematica di un padre che scopre la diversità del figlio - Ognuno tenga per se le proprie scelte e continui a fare la vita di sempre. Non si sono mai visti eterosessuali in Tv fare show di orgoglio per le proprie tendenze». Ed infatti ci sono personaggi come Leo Gullotta, che nel mondo dello spettacolo, vivono la propria scelta con quella discrezione personale che li fa apprezzare esclusivamente in base alle qualità professionali ed artistiche. -------------------------------------------------------------------------------- Canino: «È solo moda» IL CONDUTTORE DI «CRONACHE MARZIANE»
Canino, il conduttore di «Cronache marziane», sulla eccessiva presenza dei gay in Tv ha la sua idea: «Credo sia esagerata, invece, l’attenzione che si presta al fatto che un presentatore sia gay oppure no. Non ritengo che i gay siano stati sdoganati dal piccolo schermo, potrebbe anche trattarsi soltanto di una moda di passaggio. Fino al momento in cui non saremo più etichettati con l’aggettivo gay accanto al nostro nome e cognome, nulla per me sarà mutato». Sulla riflessione che la conquista della Tv da parte dei gay sia avvenuta proprio nel periodo storico in cui c’è al governo una coalizione di centro destra, Canino fa ricorso ad un’analogia con un’ipotetica corte ed un Re: «Se è vero che ci sono molti gay in video, c’è da aggiungere che non tutti sono giullari di corte. Il Re lascia spazio a tutti per dimostrare di essere veramente democratico. Non è detto, però, che stimi i suoi giullari». Anche il conduttore di «Cronache marziane» esprime delle perplessità sulla trasmissione «I fantastici 5» de La7. «È un programma che in Italia ha poco senso perché tutti abbiamo un certo gusto, uno stile di vita elegante. Negli Usa, invece, dove la raffinatezza del gusto non è pari a quella di casa nostra, ha attecchito con maggiore intensità rispetto alla versione italiana. Non solo, ma spesso i cinque ragazzi padroni di casa appaiono un po’ troppo "gayzzati" quasi nel voler sottolineare ulteriormente una differenza che, invece, non dovrebbe esserci in Tv». ìCronache marziane”, tornato in video il 4 febbraio scorso, si concluderà ad aprile, dopo 18 puntate. Sulla scelta degli argomenti da trattare, Canino puntualizza: «Non guardiamo soltanto all’attualità ed al costume, ma anche a quel che piace di più ai giovani, a quegli argomenti di cui parliamo tra di noi e che vorremmo fossero trattati in video. E dopo mezzanotte riusciamo ad essere ancora più estremi, portando in video filmati che mai potrebbero approdare ad una prima serata». 11/02/2005 - Il Tempo - MARIDA CATERINI
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