In occasione della giornata internazionale dell'orgoglio gay ripubblichiamo un articolo di Gianni Rossi Barilli apparso sul Manifesto in occasione del world gay pride di Roma nel 2000
Da Il Manifesto di domenica 28 maggio 2000
Cos’è l’orgoglio gay? Voglia di trasformare senso di colpa, odio di sé, disprezzo sociale in autostima e dignità. Una battaglia liaca di tutti contro il fondamentalismo omofobo, le repressioni, l’ipocrisia vaticana.
“O” come orgoglio gay: questa espressione che i (e le) mezzi busti del telegiornale pronunciano, per dovere di cronaca, con la stessa nonchalance con cui annuncerebbero l’arrivo di una missione diplomatica da Marte o la rivelazione del quarto segreto di Fatima, in Italia non va giù proprio a nessuno (o quasi). Non piace al papa e ai fascisti, ovviamente, ma fa storcere il naso anche a politici e commentatori progressisti che sentono il bisogno di dissociarsi, se non dai gay, almeno dall’orgoglio, nel bel mezzo della più rumorosa crociata omofoba degli ultimi trent’anni.
Orgoglio, in effetti, è un termine un po’ inquietante, sinonimo di superbia e aggressività, che suona probabilmente meglio a un raduno della Lega (orgoglio padano) o in una curva di stadio (orgoglio milanista, juventino ecc.) che in mezzo al folklore tipico delle gay parades. E forse, se le parole d’ordine del movimento omosessuale fossero nate in Italia, invece di orgoglio si sarebbe scelto qualcosa di più fine (tipo “buon gusto” o “discrezione”, con un “logo” di Armani). Ma venendo dalla rozza America, oltre che da tempi meno pacificati, il marchio di fabbrica della ditta gay lesbo trans & bisex conserva in sé qualcosa di selvaggio, indigesto ai palati raffinati di casa nostra.
Orgoglio omosessuale è, appunto, la traduzione letterale di gay pride e bisogna subito ricordare che gli americani considerano del tutto ammissibile essere orgogliosi, o meglio fieri (proud), di qualunque cosa li riguardi pubblicamente, per quanto stupida, brutta o irragionevole possa sembrare a qualcun altro, secondo la regola “ogni scarafone è bello a mamma sua e nessuno deve trovarci da ridire”. In un contesto del genere il pride coincide più facilmente con qualcosa di socialmente positivo come l’autostima, lo star bene nella propria pelle, e non risulta una parolaccia. Ma anche in versione dolcificata conserva un significato combattivo.
Essere fieri vuol dire indubbiamente essere disposti a combattere per le proprie convinzioni e anche gli omosessuali, come molti altri, il loro pride se lo sono conquistato sul campo. E’ stato in fondo solo uno scatto di orgoglio a scatenare la scintilla della rivolta di Stonewall, che il 28 giugno 1969 aprì con un botto la storia contemporanea del movimento gay, lesbico e transessuale. Uno scatto di dignità, se si preferisce, contro l’ennesimo gruppetto di poliziotti andati a fare pulizia in un bar di checche. Un gesto epocale, entrato nella leggenda già dal giorno dopo, grazie al quale i froci, come disse Allen Ginsberg, avevano perso il loro sguardo ferito. Prendete tonnellate di odio di sé e disprezzo sociale, rovesciatele completamente e distillerete il gay pride. Così fecero a Stonewall, da un giorno all’altro. Ma era il punto di arrivo di un processo cominciato molto tempo prima, per trasformare il senso di colpa nel suo rovescio e per accumulare l’indignazione necessaria per alzare la voce contro le ingiustizie subite. Un’elaborazione critica di prim’ordine che infine mise sul piatto la rivendicazione di un mondo più civile e rispettoso dei diritti delle persone.
Da Stonewall (ottimo nome per una pietra miliare) ebbero origine le Pride celebrations, ovvero, come spiega la relativa voce della “Completely Queer Encyclopedia” (New York, 1998): “Marce, raduni, festival, fiere di strada, feste e simili, tenuti annualmente per promuovere la visibilità gay e lesbica, l’unità e il progresso verso l’uguaglianza dei diritti”.
Comunque, non è che dopo Stonewall sia stata una passeggiata. Il gay pride, in Nordamerica, ha dovuto fare i conti con ostacoli di dimensioni non trascurabili, come un fondamentalismo omofobo radicato e pericoloso o come l’Aids. Così, il senso pienamente politico delle celebrazioni di piazza è rimasto intatto, sotto gli abiti di scena, lungo il corso degli anni. E non a caso, le parate più oceaniche si sono verificate in coincidenza di eventi cruciali nell’intreccio tra la storia della comunità omosessuale e quella della democrazia americana. Alla fine degli anni Settanta, per sfidare la crociata moralizzatrice lanciata dall’ex reginetta di Bellezza Anita Bryant; negli anni Ottanta, per sopravvivere al dramma dell’Aids e trasformare ancora una volta la sconfitta in qualcosa di buono; negli anni Novanta e oltre, per il diritto di entrare (o restare) nell’esercito o di vivere in coppia con il consenso dello zio Sam.
In Europa il gay pride è arrivato prima come concetto che come folklore di massa e si sono dovuti attendere gli anni Novanta per importare raduni con centinaia di migliaia di persone. Il primo passo fu fatto a Londra con l’Europride del 1992, dopodiché manifestazioni immense si sono svolte anche a Amsterdam, Parigi, Berlino, Stoccolma ecc. Nello stesso periodo è diventato un appuntamento di rilevanza internazionale il Mardi Gras di Sydney, tenuto ogni anno in ricordo della “Stonewall australiana” che risale al 1978. Celebrazioni “orgogliose” vengono indette ogni anno anche in Giappone, Sudafrica e in alcuni paesi dell’America Latina.
E in Italia? Qui l’orgoglio, in senso buono, non è di moda (diversamente dall’arroganza) e gli omosessuali neppure, se non sono discreti (cioè velati), simpatici e creativi o quantomeno digeribili dalla famiglia media televisiva (cioè casi umani in qualche senso). Qui il gay pride ha avuto vita difficile anche prima che il Vaticano suscitasse l’indecente vicenda politica alla quale assistiamo, ogni giorno più increduli, a proposito del Worldpride 2000 convocato a Roma per il prossimo luglio. Il primo corteo nazionale di rilievo fu organizzato (a Roma, guardacaso) nel 1994 e in piazza c’erano circa 5.000 persone. L’evento si è ripetuto poi ogni anno, con alterne vicende, e Roma ha ospitato un corteo anche nel 1997, 98, 99. I numeri sono comunque rimasti sempre contenuti. Di qualche goccia di orgoglio hanno quindi forse bisogno per primi gay, lesbiche e transessuali italiani, quanto meno per segnalare che ci sono e non sono d’accordo con quanto sta succedendo. Un toccasana dello stesso genere farebbe anche al caso della sinistra non alternativa, disposta a sacrificare fino all’ultimo residuo di credibilità in nome di un quieto vivere molto vicino all’harakiri.
Chi forse non ha bisogno di iniezioni di orgoglio, ma di mettersi una mano sulla coscienza, sono i cronisti e gli opinionisti laici. Ai primi si potrebbe chiedere (ancora!) che non scrivano più sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali che “il pedofilo era già noto per le sue tendenze omosessuali”, così come non direbbero di uno stupratore di bambine che era noto per le sue inclinazioni eterosessuali. Ai secondi, invece, si potrebbe chiedere uno sforzo di sensibilità. Chi si considera tanto evoluto da non avere pregiudizi probabilmente mente a se stesso. Se comunque, in virtù di questo invidiabile stato d’animo, dice di non capire l’orgoglio gay (come del resto quello etero) si lasci fare due domande. Uno: se per ottenere il privilegio di essere semplicemente se stesso/a nella vita avesse dovuto sfidare suo malgrado la famiglia, la scuola e parecchie consuetudini sociali, non sarebbe un pochino orgoglioso/a anche lei di avercela fatta? Due: se non sa cos’è l’orgoglio eterosessuale, accenda la tivù, o apra il giornale, vada al bar o allo stadio. E se ancora non capisce, lo chieda a Storace. Ma prima provi anche a guardare nello specchio. Non si sa mai.
28/06/2004 - Gaynews.it - Gianni Rossi Barilli