|
lunedì, settembre 27, 2004
Sud Africa, parata gay per festeggiare la libertà
Migliaia di gay e lesbiche hanno sfilato in una rumorosa marcia oggi per festeggiare le leggi sui diritti degli omosessuali in Sud Africa. JOHANNESBURG (Reuters) - La costituzione sudafricana del post-apartheid è la prima al mondo a riconoscere i diritti dei gay e alle coppie dello stesso sesso ora è permesso adottare bambini ed essere inclusi nel testamento del partner.
Dimostranti con costumi colorati, molti con striscioni gialli e verdi con messaggi a favore dei gay, si sono radunati in una lunga processione pacifica, guardati a vista dalla polizia.
"Questa è la celebrazione di 10 anni di riconoscimento ed esistenza", ha detto uno dei manifestanti, riferendosi alla fine nel 1994 dell'apartheid e alle prime elezioni sudafricane che hanno portato Nelson Mandela e il Congresso nazionale africano al potere.
"Questo celebra la costituzione sudafricana, che rispetta tutti", ha detto un altro.
Al confine settentrionale del Sud Africa, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe ha definito i gay "minori dei cani e dei maiali" e la sodomia come un crimine. Il leader della Namibia Sam Nujoma ha chiesto il loro arresto, mentre a Zanzibar, al largo delle coste africane, le attività omosessuali sono considerate un crimine.
Nonostante i gay e le lesbiche in Sud Africa siano protetti legalmente, non manca chi li critica.
Alcuni gruppi a Johannesburg hanno condannato l'omosessualità, dicendo che i gay sono più vulnerabili all'Aids e sono tra i gruppo in cui la malattia si diffonde più velocemente.
Il Sud Africa ha il numero maggiore di malati di Aids rispetto al resto del mondo, con centinaia di migliaia di morti. 26/09/2004 - Agenzia Reuters - Dinky Mkhize
La donna nella società e nella Chiesa
Editoriale
Il femminismo - come ideologia di liberazione della donna dalla condizione di inferiorità e di subordinazione all'uomo a cui la condannava la società patriarcale e maschilista a motivo della sua natura di donna, cioè di essere sessuato diverso dall'essere sessuato maschile -, nato con la Rivoluzione Francese, è passato per molte vicende, che hanno chiamato in causa tanto la società in generale quanto la Chiesa.
L'atto di nascita è la Déclaration des droits de la femme, che Olympe de Gouges presentò all'Assemblea Costituente francese nel 1791. Da vera suffragette la de Gouges scrisse opuscoli, pronunciò discorsi, organizzò club e manifestazioni a favore delle sue idee. Scrisse anche un pamphlet contro Robespierre, il quale, come era solito fare con i suoi oppositori, in nome della libertà di pensiero, la fece ghigliottinare il 4 novembre 1793. Ma l'idea femminista non mori con lei. Fu infatti ripresa da Condorcet e dall'abbé Sieyès e poi dai socialisti «utopici», come Ch. Fourier, che fu il primo a parlare dell'«emancipazione» della donna.
Quasi contemporaneamente alla Francia, l'idea femminista si sviluppò in Inghilterra, dove sorsero club femministi e Mary Wollstonecraft pubblicò il volume Vindication of the Rights of Women (1792), nel quale si chiedeva che alle donne fosse data un'educazione uguale a quella degli uomini in istituti statali promiscui. Sempre nel 1792 un'opera dello stesso tenore - Uber die bürgerlicke Verbesserung der Weiber di Teodora von Hippel - apparve in Germania. Segno che l'ideologia femminista iniziava in Europa un cammino che non si sarebbe più fermato, anche perché trovava un clima favorevole nello sviluppo dell'economia industriale e nel contemporaneo affermarsi del liberalismo individualista.
Tuttavia, l'opera che pose le basi e determinò il futuro cammino del femminismo fu The Subjection of Women (London, 1869) di J. Stuart Mill. Le «rivendicazioni» su cui le donne dovevano puntare erano di tre ordini: 1) rivendicazioni di ordine economico: ammissione a tutte le occupazioni maschili, parità di retribuzione e libera disposizione del prodotto del proprio lavoro; 2) rivendicazioni di carattere giuridico: piena eguaglianza dei diritti civili rispetto agli uomini e abolizione degli istituti di tutela e delle inabilità giuridiche (autorizzazione maritale ecc.); 3) rivendicazioni di carattere Politico: diritto di voto e di eleggibilità a tutte le cariche pubbliche.
In realtà, furono queste le essenziali rivendicazioni di un femminismo che nei Paesi europei divenne sempre più agguerrito, in particolare nel mondo anglosassone, dove, dopo molte battaglie, nel 1918 fu concesso il voto alle donne (in Italia, ciò avvenne soltanto nel 1946!). La prima guerra mondiale segnò una svolta nella storia del femminismo: essendo la maggioranza degli uomini al fronte, le donne ne presero il posto in tutti gli ambiti della vita pubblica, mostrando di essere capaci di svolgere gli stessi compiti al pari degli uomini. Intanto l'attività femminista si svolgeva secondo tre indirizzi: quello liberale-laico (che spesso ha subito l'influsso anticristiano della teosofia e dell'esoterismo: Maria Montessori, ad esempio, era teosofa); quello cattolico (Adelaide Coari) con tendenze e simpatie moderniste; quello socialista, ateo e materialista, che puntava in particolare sul lavoro della donna fuori casa, per sottrarla così al destino di madre e di casalinga a cui la condannavano sia la società civile sia la Chiesa (cfr L. Scaraffia - A. M. Isastia, Donne ottimiste, Bologna, il Mulino, 2002).
Nel secondo dopoguerra, il movimento femminista fu portato avanti sia dai cattolici con l'istituzione del Centro Italiano Femminile (CIF), sia dai partiti di sinistra con l'istituzione dell'Unione Donne Italiane (UDI). Ma ben presto, a cominciare dagli anni Settanta, ebbero la prevalenza i movimenti femministi radicali. In campo cattolico si contestò con violenza la visione «paternalistica» e «maschilista» di Dio, offerta dalla Sacra Scrittura, la quale parla di Dio come «Signore», come «Padre» e come «Sposo», e parla dell'uomo come «capo» della donna, che quindi dev'essere a lui sottomessa. Si chiedeva perciò che la Sacra Scrittura venisse corretta o almeno interpretata in modo che Dio fosse concepito come «Padre-Madre»; che il privilegio di essere «immagine di Dio» non fosse riservato all'uomo, ma che, al pari dell'uomo, la donna fosse ritenuta «immagine di Dio»; che fosse evitato ogni androcentrismo, e perciò si stabilisse che l'uomo non è il «capo» della donna, ma in tutto e per tutto è uguale a lei, e che la parola «uomo» non fosse ritenuta un termine «inclusivo», tale da significare l'uomo e la donna; che perciò non si parlasse di «uomini», ma di «umani».
Si contestò, inoltre, in maniera assai aspra, oltre al maschilismo della Sacra Scrittura, anche il maschilismo della Chiesa. Questo - si diceva - appare evidente nel fatto che il sacerdozio è riservato soltanto ai maschi: in tal modo le donne vengono collocate in una posizione di inferiorità e di subalternità per ciò che concerne le due funzioni essenziali della Chiesa: quella sacramentale, che ha il suo fulcro nella celebrazione eucaristica, e quella magisteriale. Non si mancò anche di sminuire, come senza importanza, il fatto che il Verbo di Dio, incarnandosi, avesse assunto la natura umana nella forma maschile.
Bisogna, però, sottolineare fortemente che nella Chiesa della seconda metà del secolo XX non solo si sono corretti molti errori del passato circa la natura femminile, i compiti della donna e la sua subordinazione all'uomo, ma la questione femminile è stata profondamente ripensata, in modo da riconoscere alla donna la dignità e i diritti che Dio le ha conferiti nella creazione e che Cristo ha arricchito con la vocazione della donna alla verginità, scelta per il regno di Dio. Già nel 1963 Giovanni XXIII, nell'enciclica Pacem in terris, tra i fenomeni che caratterizzano l'epoca moderna rilevava il fatto che nella donna diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell'ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica» (n. 39). Dopo il Concilio Vaticano II, Paolo VI esplicitò il senso di questo «segno dei tempi», conferendo il titolo di dottore della Chiesa a santa Teresa d'Avila e a santa Caterina da Siena. Ma è stato Giovanni Paolo II a dotare la Chiesa della più piena valorizzazione della donna. Anzitutto ne ha messo in luce la dignità di essere umano, al pari dell'uomo: «Ambedue sono esseri umani, in egual grado l'uomo e la donna, ambedue creati a immagine di Dio» (Mulieris dignitatem, n. 6); ha poi posto l'accento sull'«unità dei due», per cui «l'uomo e la donna sono chiamati sin dall'inizio ad esistere reciprocamente uno per l'altro» (ivi, n. 7) e «la donna non può diventare "oggetto" di "dominio" e di "possesso" maschile» (ivi, n. 10).
Giovanni Paolo II ha quindi parlato della maternità e della verginità come di «due dimensioni particolari nella realizzazione della personalità femminile» (ivi, n. 17), poiché «la maternità è legata con la struttura personale dell'essere donna e con la dimensione personale del dono di sé» (ivi, n. 18), e la verginità è «una via per la quale la donna, in modo diverso dal matrimonio, realizza la sua personalità di donna, diventando un dono sincero per Cristo e per i fratelli» (ivi, n. 20). In realtà, rileva Giovanni Paolo II, «la donna non può ritrovare se stessa se non donando l'amore agli altri» (ivi, n. 30), poiché «la dignità della donna viene misurata dall'ordine dell'amore» (ivi, n. 29). Infine, il Papa nella Lettera alle donne (29 giugno 1995) ha messo in risalto quello che egli chiama il «genio della donna», cioè il suo ruolo insostituibile in tutti gli aspetti della vita familiare e sociale che coinvolgono le relazioni umane e la cura dei membri più deboli e bisognosi della società umana.
In campo laico, a cominciare dagli anni Sessanta, nel femminismo avvenne una svolta che lo orientò in senso radicale e libertario. Infatti si passò dall'idea di «emancipazione» all'idea di «liberazione». L'«emancipazione» significava il bisogno di doversi sottrarre al dominio dell'uomo e rivendicare la parità dell'uomo e della donna sia nel settore del lavoro e delle professioni, esigendo la «pari opportunità» tra uomini e donne, la tutela del lavoro contro le discriminazioni sessuali, la distribuzione del lavoro domestico tra moglie e marito, sia nel campo propriamente politico, riequilibrando la rappresentanza parlamentare col riservare «quote» alle donne nelle elezioni, non soltanto amministrative, ma soprattutto politiche, e chiamando un notevole numero di donne ad assumere incarichi di governo a livello ministeriale.
Col passaggio dall'«emancipazione» alla «liberazione», il femminismo radicale passa alla lotta per la liberazione della donna da tutti i condizionamenti della società sessista, e quindi per il diritto al libero esercizio della sessualità, per il diritto a disporre liberamente del proprio corpo («Il corpo è mio e lo gestisco io») e quindi per il diritto all'aborto, per il diritto a scegliere liberamente i tempi della maternità e quindi a ricorrere all'uso di contraccettivi e a tutte le tecniche di fecondazione artificiale, senza dover sottostare a precetti morali o religiosi di nessun genere. In particolare, il femminismo radicale lotta per la liberazione dall'istituto familiare come unica forma legittima di unione a livello anche sessuale tra due persone, chiedendo l'equiparazione legale alla famiglia tradizionale delle «unioni di fatto» e delle unioni tra due omosessuali o tra due lesbiche, per quanto riguarda la mutua assistenza, il regime ereditario e la possibilità di adottare bambini.
Questa equiparazione oggi è giustificata con l'ideologia del «genere» (gender), secondo la quale l'essere uomo o donna non è fondamentalmente determinato dal sesso, ma dalla cultura, per cui, se in base al sesso esistono soltanto due «generi» (maschile e femminile), in base alla cultura esistono cinque «generi» (maschile, femminile, omosessuale, bisessuale e transessuale, oppure, maschile, femminile, omosessuale maschile, omosessuale femminile, transessuale). Ciò significa che la persona umana non dovrebbe essere più definita in base alla sua struttura biologica, ma in base alla comprensione che essa ha della propria identità psicosociale, la quale può non corrispondere alla sua identità sessuale.
Nell'ideologia del «genere», cioè, la biologia (il sesso) non determina naturalisticamente il destino della persona, fissandolo nel ruolo o status di uomo o di donna e quindi condannando la donna ai compiti domestici e materni propri del suo sesso; ma è la persona che, in base al clima culturale in cui vive e alle proprie esperienze, sceglie liberamente di essere uomo o donna e di comportarsi da uomo o da donna, astraendo dalla sua composizione corporea per far riferimento soltanto alla dimensione socioculturale. In realtà, la «natura» comporta la fissazione sulla differenza sessuale, e dunque l'immobilismo: perciò, lascia poco spazio alla libera autodeterminazione. Invece la «cultura» libera la persona dal determinismo bio-fisiologico, facendo posto alla libera scelta di essere uomo o donna o di comportarsi alternativamente da uomo o da donna. Così, alla radice dell'ideologia del «genere» c'è il tentativo della persona di liberarsi dai propri condizionamenti biologici, per poter modellare a suo piacimento il proprio orientamento sessuale.
Osserva, a questo proposito, il documento Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto» del Pontificio Consiglio per la Famiglia: «Nel decennio 1960-1970 si sono affermate alcune teorie, secondo le quali l'identità sessuale di genere (gender) sarebbe non solo il prodotto dell'interazione tra la comunità e l'individuo, ma sarebbe anche indipendente dall'identità sessuale personale. In altri termini, nella società i termini maschile e femminile sarebbero esclusivamente il prodotto di fattori sociali, senza alcuna relazione con la dimensione sessuale della persona. In questo modo, ogni azione sessuale sarebbe giustificabile, inclusa l'omosessualità, e spetterebbe alla società cambiare per fare posto, oltre a quello maschile e femminile, ad altri generi nella configurazione della vita sociale. L'ideologia di gender ha trovato nell'antropologia individualista del neo-liberalismo radicale un ambiente favorevole» (n. 8).
L'ideologia di «genere» è particolarmente pericolosa, anzitutto, perché mette in questione la famiglia, che per sua natura è biparentale, costituita dall'unità di due sessi, il maschile e il femminile, differenziati ma complementari, diversi ma non contrapposti; poi, perché equipara l'omosessualità all'eterosessualità, facendo dell'omosessualità una forma di sessualità normale e valida al pari della forma eterosessuale, essendo la sessualità per sua natura «polimorfa» (Rebecca J. Cook), perché non legata al sesso. Poiché tale ideologia tende a diffondersi, come si è visto nella IV Conferenza Mondiale sulla Donna, celebrata a Pechino nel 1995 (cfr M. G. Nocelli - P. Vanzan, Pechino 1995, Roma, Ave, 1996, 36-45), la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto suo dovere intervenire, inviando, con l'approvazione di Giovanni Paolo 11, il 31 maggio 2004, ai «vescovi della Chiesa cattolica» una Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, a firma del prefetto, card. j. Ratzinger, e del segretario, arcivescovo A. Amato.
La Lettera rileva, anzitutto, che «la radice immediata della suddetta tendenza [l'ideologia del "genere'] si colloca nel contesto della questione femminile, ma la sua motivazione più profonda va ricercata nel tentativo della persona umana di liberarsi dai propri condizionamenti biologici. Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non avrebbe in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta: ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, poiché sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua costituzione essenziale Dinanzi a questa corrente di pensiero, la Chiesa, illuminata dalla fede in Gesù Cristo, parla invece di collaborazione attiva, proprio nel riconoscimento della stessa differenza, tra uomo e dorma» (n. 3).
La Lettera inizia richiamando il principio biblico che «costituisce l'immutabile base di tutta l'antropologia cristiana»: «Dio creò l'uomo a sua immagine, ad immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,26-27). Così, fin dalla sua prima origine, l'umanità è articolata nella relazione del maschile e del femminile: «E' questa umanità sessuata che è dichiarata esplicitamente «immagine di Dio"» (n. 5). Sin dall'inizio, l'uomo e la donna, creata dalla stessa «carne» dell'uomo, appaiono come «unità dei due», e il corpo umano, segnato dal sigillo della mascolinità e della femminilità, racchiude fin dal principio l'attributo «sponsale», cioè la capacità di esprimere l'amore. Così, nell'«unità dei due» l'uomo e la donna sono chiamati non solo a esistere l'uno accanto all'altra, ma ad esistere reciprocamente l'uno per l'altro: la prima e fondamentale dimensione di questa chiamata è il matrimonio, come integrazione nell'umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è «maschile» e di ciò che è «femminile» (n. 6).
In quanto creati a immagine di Dio, l'uomo e la donna sono persone di uguale dignità; questa uguaglianza si realizza come complementarità fisica, psicologica e ontologica, dando luogo a un'armonica «unidualità» relazionale, che soltanto il peccato e le «strutture di peccato» iscritte nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale. Osserva, a questo proposito, la Lettera: «C'è da rilevare l'importanza e il senso della differenza dei sessi come realtà iscritta profondamente nell'uomo e nella donna: la sessualità caratterizza l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione. Essa non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, ma è una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l'amore umano. Questa capacità di amare, riflesso e immagine del Dio Amore, ha una sua espressione nel carattere sponsale del corpo, in cui si iscrivono la mascolinità e la femminilità della persona» (n. 8).
A questo punto la Lettera si sofferma lungamente sul carattere sponsale dell'alleanza di JHWH con il suo popolo, Israele, e sulla relazione sponsale di Cristo con la Chiesa; poi aggiunge: «Il maschile e il femminile sono così rivelati come appartenenti ontologicamente alla creazione, e quindi destinati a perdurare oltre il tempo presente, evidentemente in forma trasfigurata. In tal modo caratterizzano l'amore che non avrà mai fine, pur rendendosi caduca l'espressione temporale e terrena della sessualità, ordinata a un regime di vita contrassegnato dalla generazione e dalla morte [ ... I. Distinti fin dall'inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso dell'eternità, l'uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale del Cristo, non avvertono più quindi la loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o con il livellamento, ma come una possibilità di collaborazione che bisogna coltivare con il rispetto reciproco della distinzione. Di qui si aprono nuove prospettive per una comprensione più profonda della dignità della donna e del suo ruolo nella società umana e nella Chiesa» (n. 12).
La terza parte della Lettera tratta dell'«attualità dei valori femminili nella vita della società». Rileva, anzitutto, che «tra i valori fondamentali collegati alla vita concreta della donna, vi è ciò che è stato chiamato la sua "capacità dell'altro". La donna conserva l'intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell'altro, alla sua crescita, alla sua protezione. Questa intuizione è legata alla sua capacità fisica di dare la vita, capacità che struttura la personalità femminile in profondità per cui la maternità è un elemento chiave dell'identità femminile. Ciò, però, non autorizza affatto a considerare la donna soltanto sotto il profilo della procreazione biologica. L'esistenza della vocazione cristiana alla verginità contesta radicalmente ogni pretesa di rinchiudere le donne in un destino che sarebbe semplicemente biologico. In realtà, la maternità - che ha una dimensione fondamentalmente spirituale - può trovare forme di realizzazione piena anche laddove non c'è generazione fisica».
In tale prospettiva si comprende il ruolo insostituibile della donna in tutti gli aspetti della vita familiare e sociale che coinvolgono le relazioni umane e la cura dell'altro. Questo implica che le donne siano presenti attivamente e anche con fermezza nella famiglia; implica inoltre che siano presenti nel mondo del lavoro e dell'organizzazione sociale e che abbiano accesso a posti di responsabilità che offrano loro la possibilità di ispirare le politiche delle nazioni e di promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e sociali. A tale riguardo, c'è per la donna il problema di armonizzare il lavoro domestico e il lavoro fuori casa. Da una parte, si tratta di valorizzare il lavoro domestico, in modo che le donne che lo desiderano liberamente possano dedicare ad esso tutto il loro tempo, senza essere socialmente stigmatizzate ed economicamente penalizzate; dall'altra, le donne che desiderano lavorare fuori casa devono poterlo fare con orari adeguati, senza essere messe di fronte all'alternativa di mortificare la loro vita familiare oppure di subire una situazione abituale di stress, che non favorisce né l'equilibrio personale né l'armonia familiare.
La quarta parte della Lettera tratta in maniera assai sintetica dell'«attualità dei valori femminili nella vita della Chiesa», presentando Maria come l'icona, a cui la donna deve guardare per imparare quale debba essere la sua presenza nella vita della Chiesa. Ma - osserva la Lettera - «guardare Maria e imitarla non significa votare la Chiesa a una passività ispirata a una concezione superata della femminilità e condannarla a una vulnerabilità pericolosa in un mondo in cui ciò che conta è soprattutto il dominio e il potere. In realtà, la via di Cristo non è né quella del dominio né quella del potere. Il riferimento a Maria con le sue disposizioni di ascolto, di accoglienza, di umiltà, di fedeltà, di lode e di attesa fa sì che le donne svolgano un ruolo di massima importanza nella vita ecclesiale, richiamando tali disposizioni a tutti i battezzati e contribuendo in modo unico a manifestare il vero volto della Chiesa, sposa di Cristo e madre dei credenti» (n. 16). «In questa prospettiva - aggiunge la Lettera - si comprende anche come il fatto che l'ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini non impedisca affatto alle donne di accedere al cuore della vita cristiana. Esse sono chiamate ad essere modelli e testimoni insostituibili per tutti i cristiani di come la Sposa (la Chiesa) deve rispondere con l'amore all'amore dello Sposo (Cristo)» (ivi).
Non bisogna, infatti, mai dimenticare che il valore cristiano supremo è la carità, che si attua nel dono di sé a Cristo e ai fratelli, in primo luogo ai bambini, ai sofferenti e ai poveri. Nella Chiesa di Dio il più grande non è colui che è chiamato a esercitare il servizio dell'autorità, ma chi più ama Cristo e, per amore di Cristo, più generosamente si dona ai fratelli fino al sacrificio della vita. E' per questo che, tra le pagine più grandi e luminose della storia della Chiesa, molte sono state scritte - e sono scritte oggi - dalle donne cristiane, consacrate, laiche e madri di famiglia.
In conclusione, la Chiesa non condanna il femminismo in blocco, perché riconosce che esso, nonostante i suoi errori e le sue esagerazioni, ha fatto riconoscere la dignità della donna e la sua uguaglianza con l'uomo, pur nella diversità sessuale e psicologica, facendo superare ingiuste discriminazioni, giustificate con la sua «inferiorità» di natura, ma in realtà imposte dall'egoismo e dalla prepotenza dell'uomo. Ma di fronte a certe forme radicali di femminismo - come quella del gender, il cui manifesto è il volume "Il problema del genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità" della femminista statunitense Judith Butler (1990) - che, per affermare l'uguaglianza tra uomo e donna, negano la loro specificità sessuale e quindi la loro fondamentale diversità, la Chiesa non può non riaffermare la propria antropologia, come è rivelata anche dalla Sacra Scrittura, per salvare insieme la dignità personale della donna e la sua uguaglianza con l'uomo e, nello stesso tempo, la sua complementarità con l'uomo, a cui si rapporta non in termini di contrapposizione e di lotta, ma in termini di comunione e di amore, per la realizzazione di un progetto comune. Si tratta di creare una famiglia, in cui possa spuntare una nuova vita e crescere in un clima di amore.
In realtà, nell'ideologia del «genere» è in questione la famiglia, insidiata sia dalle «unioni di fatto», sia dal diffondersi delle pratiche omosessuali. Oggi - assai più che in altri tempi - la famiglia è attaccata da ogni parte. Questo spiega perché la Chiesa intervenga con tanta frequenza nella sua difesa. Ne va di mezzo non solo il bene della Chiesa, ma anche il bene dell'umanità. Già oggi la crisi della famiglia è fonte di grandi sofferenze per le persone figli e genitori - e di ferite sociali, che non potranno non incidere negativamente sulle future generazioni. Contribuire ad aggravarla sarebbe irresponsabile e - diciamo pure - delittuoso. 25/09/2004 - La Civiltà Cattolica
Canada, cinque province permettono i matrimoni gay
OTTAWA (Reuters) - La Nova Scotia è diventata la quinta delle 10 province del Canada a permettere alla coppie gay di sposarsi, visto che la corte suprema provinciale ha deciso che la legge che vieta le unioni dello stesso sesso è incostituzionale.
La Canadian Broadcasting Corporation ha riferito che un applauso si è levato nell'aula del tribunale di Halifax dopo che il giudice Heather Robertson ha annunciato la sua decisione.
Il crescente numero di province che permettono i matrimoni gay hanno spinto il governo federale lo scorso anno a pensare ad una bozza di legge che ridefinisca il matrimonio.
All'inizio del mese il Papa ha criticato l'iniziativa, dicendo che potrebbe creare un "falso intendimento della natura del matrimonio".
Centinaia di coppie gay, alcune arrivate dagli Stati Uniti, si sono sposate in Ontario da quando la corte suprema provinciale ha deciso nel giugno 2003 che la tradizione definizione di matrimonio dovrebbe essere buttata. 25/09/2004 - Agenzia Reuters
Cynthia,"sex lesbo" and the city...
La Nixon confessa relazione saffica Da mangiatrice di uomini a cultrice dell'amore saffico. Questo sembra essere il destino di Cynthia Nixon, l'attrice che nella celebre serie televisiva "Sex and the city" interpreta il ruolo di Miranda, la cinica legale poco fortunata in amore. La 38enne Nixon, che è stata legata al fotografo Danny Mozes per 15 anni, da circa dieci mesi sta vivendo un'intensa relazione amorosa con una donna newyorkese, il cui nome è rigorosamente top secret.
Forse non era un caso il fatto che l'attrice ed il suo ex compagno avessero avuto una lunga relazione senza mai convolare a nozze. Insieme hanno avuto persino due figli, ma non sono serviti ad unirli nel vincolo matrimoniale. Probabilmente è stato giusto così: la burbera e fredda Miranda di "Sex and the city" è infatti felicemente accoppiata con una donna di New York.
Periodo decisamente positivo, dunque, per l'attrice americana, che dopo aver vinto un Emmy per la sua interpretazione nella celebre fiction, è adesso appagata anche sentimentalmente: "la mia vita personale è una cosa privata, ma non ho niente da nascondere. Posso dire solo che sono molto felice", afferma timidamente la Nixon.
E se il tema dell'omosessualità era stato affrontato in "Sex and the city" solo di sfuggita, adesso una delle protagoniste non recita affatto, e da mangiatrice di uomini nella fiction, è diventa amante delle donne nella realtà.
da Tgcom.it
Il desiderio, la sessualità, l'identità di genere: nove protagoniste del ’900 viste dalla Krauss, tra Duchamp e Lacan
Sono le donne che hanno fatto l’arte celibe, inoperosa
ROSALIND Krauss è stata negli Anni Novanta la più influente critica d'arte americana. La rivista che ha fondato e diretto, October, ha funzionato negli ultimi vent'anni come officina teorica per la lettura dell'arte contemporanea, americana in prevalenza. I testi apparsi sulla rivista newyorkese non assomigliano per nulla a quelli prodotti dalle innumerevoli riviste d'arte italiane. Non hanno a che fare con il mercato, le mostre, i galleristi, e neppure, nonostante tutto, con le istituzioni museali. Sono saggi militanti, come si scrivevano in Europa negli Anni Sessanta e Settanta, saggi in cui l'arte è letta attraverso la lente della cultura del nostro tempo. Non si tratta perciò di scritti asettici, bensì impegnati a comprendere lo scarto che l'arte ha prodotto nel nostro mondo; per questo ai saggisti di October non vanno bene tutti gli artisti: non sono enciclopedisti o esegeti tout court del presente. Compiono invece delle scelte, spesso contro corrente, come è capitato agli scritti sulle artiste donne prodotti da Rosalind Krauss dalla fine degli anni ottanta ad oggi, apparsi su October, o su altre pubblicazioni periodiche, e che nel 1999 la studiosa, poco prima di essere colpita da una malattia improvvisa, aveva raccolto in un libro dall'emblematico titolo: Celibi. Si tratta di nove piccole monografie dedicate a Claude Cahum e Dora Maar, Louise Bourgeois, Agnes Martin, Eva Hesse, Cindy Sherman, Francesca Woodman, Sherry Levine e Louise Lawler. La prima, e poco nota, Claude Cahum è degli Anni Venti, mentre Louise Bourgeois, una delle grandi madri dell'arte contemporanea, è più giovane, mentre le altre sono di una generazione ancora successiva, e tuttavia non ignote: Eva Hesse e Cindy Sherman, ad esempio, hanno esposto anche in Italia. Che cosa ha di particolare questo volume? Lo dichiara il titolo. Bachelors è una parola immessa nell'arte moderna da Duchamp, attraverso la sua opera, il Grande Vetro, che costituisce uno dei lavori decisivi dell'arte occidentale degli ultimo secolo. Celibe è anagraficamente il non-sposato, ma in Duchamp il termine gioca un ruolo che sta tra le forme del desiderio, e dunque la sessualità, l'identità di genere - maschile, femminile - e il tema dell'inoperosità, ovvero la funzione parassitaria che l'arte assolve nei confronti dell'etica capitalistica del lavoro. A cosa serve l'arte? E’ l'annosa domanda che da sempre la borghesia, più o meno trionfante, si è posta di fronte all'arte a lei contemporanea (ammesso che qualcuno avesse già risposto a cosa servisse la Primavera del Botticelli o la Gioconda di Leonardo). Insomma, si tratta di artiste donne che lavorano sul senso stesso dell'arte, ma anche sull'identità di genere. Rosalind Krauss, come racconta in modo autobiografico nel primo bellissimo e denso saggio dedicato a Claude Cahum - scrittrice surrealista, fotografa, attrice, combattente nella Resistenza e lesbica più che dichiarata -, si è posta il problema del femminile nell'arte, giungendo ad affermare una tesi in netto contrasto con il femminismo americano (nelle università e nelle riviste americane il tema del gender è stato dominante nell'ultimo decennio, fino all'asfissia, tanto che oggi molti iniziano a rigettarlo). In tempi non sospetti Rosalind Krauss ha sostenuto, sulla scia di una originale rilettura del surrealismo, che nella scultura e nella fotografia del movimento francese, mediante la cancellazione della distinzione tra alto e basso, umano e animale - si vedano le impressionanti foto della Cahum, ma anche di Man Ray o Raoul Ubac -, l'identità sessuale dei corpi raffigurati scivola lentamente verso il femminile, che pare emergere proprio là dove si formano immagini falliche. Sembra un paradosso, ma attraverso un intelligente percorso, che comprende anche Giacometti e le sue sculture, la critica americana, mostra come i valori formali maschili nel surrealismo diventino «effeminati». L'esempio opposto di questo processo è Dalì che, scrive Rosalind Krauss, è alla continua ricerca della «virilità» nella propria pittura. La tesi dell’autrice si oppone decisamente a quelle delle femministe che invece contrappongono l'arte femminile (e femminista) a quella maschile (e maschilista). Rosalind Krauss mette invece al centro del suo ragionamento la questione del feticismo, che è il tema centrale nella lettura degli «oggetti» artistici del Novecento (si pensi ad esempio ad una artista italiana, Carol Rama, fallica e insieme fortemente femminile). Il saggio più importante del libro è quello dedicato a Cindy Sherman che è l'artista con cui Rosalind Krauss ha avuto un rapporto critico strettissimo, tanto da riuscire a ricostruirne tutti i passaggi dalle immagini fotografiche di Still, degli anni settanta, alle fotografie arcinote, i Senza titolo, della fine degli anni ottanta, dove rifà quadri o pose artistiche famose. Al contrario, il saggio più secco e essenziale, da leggersi subito dopo il primo, è il penultimo dedicato alle sculture di vetro di Sherry Levine, dove l'autrice spiega in modo rapido ed efficace la sua idea della celibe.
Tutto il libro è incardinato sulle teorie filosofiche e linguistiche di Barthes, Bataille, Deleuze, Guattari e Lacan. Questo ha provocato perplessità riguardo al lavoro critico di Rosalind Krauss, come mostra una recente recensione di Angela Vettese, una brava e attenta critica d'arte, che si è chiesta se le artiste analizzate e discusse «non si sentano umiliate dal fatto che le loro celebri opere debbano essere sottoposte al groviglio simile di citazioni, quasi che senza quello fossero immagini mute». E' curioso che nessuno muova una medesima obiezione a Fritz Saxl quando legge il ciclo di Amore e Psiche della Farnesina ricorrendo alla complessa filosofia rinascimentale, o a Edgar Wind quando mobilita l'intricata mitologia pagana oppure la filosofia di Cusano per leggere l'arte del medesimo periodo. Solo perché Cusano è più bravo e chiaro di Bataille? Dubito, si provi a leggerlo. Forse perché è un «classico»? E' solo un po' più lontano da noi nel tempo, ma forse non così tanto. L'arte, del passato come del presente, è intrisa di letteratura e di filosofia nel medesimo modo, e utilizzare Lacan, invece del neoplatonismo per leggere un artista o un'opera, non è una operazione meno corretta di quella compiuta dalla scuola che deriva da Aby Warburg. Il problema è, come sempre, il contemporaneo: la distanza, o vicinanza, in cui collocarsi. La vera questione è poi quella di leggere a 360° la realtà senza pensare che filosofia e arte abitano in palazzi diversi, e psicoanalisi e storia così aliene tra loro come potrebbe sembrare. In fondo che si tratti di Rosalind Krauss, Edgar Wind o Carlo Ginzburg, non importa, le letture più interessanti dell'arte sono venute da coloro che hanno osato qualcosa più del richiesto e soprattutto del dovuto. 25/09/2004 - La Stampa - Marco Belpoliti
venerdì, settembre 24, 2004
Europa: un omofobo alla giustizia
L'esponente eurosocialista austriaco Hannes Swoboda attacca Rocco Buttiglione, nominato Commissario Europeo per Affari Interni e Giustizia: "deve dare conto delle sue posizioni antigay". BRUXELLES - La nomina di Rocco Buttiglione a membro della Commissione Europea con mandato su Affari interni e Giustizia suscita molte polemiche. Il gruppo socialista all'Europarlamento ha attaccato l'esponente cattolico per le sue dichiarazioni sulle unioni omossessuali e sulla creazione di campi per immigrati in Libia, nonché per le reticenze del governo italiano nell'approvare le norme sul mandato d'arresto europeo.
Le critiche del socialista Swoboda
Il commissario in pectore italiano e la sua collega olandese alla Concorrenza, Neelie Kroes (cirticata per possibile conflitto d'interessi, visti i suoi legami economici e finanziari con molte imprese), sono stati specificamente citati dal segretario del gruppo europarlamentare del Pse, l'austriaco Hannes Swoboda, come casi problematici, per i quali gli eurosocialisti potrebbero chiedere al presidente designato della nuova Commissione, José Barroso, l'attribuzione di un diverso portafoglio.
E' stata Arcigay, tramite il suo responsabile esteri Renato Sabbadini e in collaborazione con Ilga–Europe, la branca europea del network mondiale delle organizzazioni gay e lesbiche, a iviare nelle settimane scorse un dossier su questo tema a tutti gli europarlamentari. Swoboda, a nome del gruppo del Pse, ha chiesto a Buttiglione di chiarire le sue posizioni sui diritti di gay e lesbiche: «Vogliamo sapere se Buttiglione è pronto a cambiare le proprie idee o no», ha detto Swoboda durante una conferenza stampa oggi a Bruxelles, annunciando quale sarà l'atteggiamento del Pse durante le audizioni europarlamentari dei 24 commissari designati, che si terranno dal 27 settembre all'8 ottobre. «E' necessario - ha aggiunto Swoboda - che il candidato Buttiglione chiarisca le sue posizioni, in particolare sui diritti di gay e lesbiche, sui rifugiati e sul mandato d'arresto europeo».
"Non vogliamo il fondamentalismo cattolico"
Il futuro commissario italiano «è stato membro dell'unico governo che non ha accettato le norme sul mandato d'arresto europeo, ed è stata una follia attribuire a lui la responsabilità della Giustizia e degli Affari interni», ha osservato l'europarlamentare austriaco. Swoboda ha poi ricordato le affermazioni di Buttiglione contro le unioni omossessuali, che sono ispirate, ha detto, a «un fondamentalismo cattolico che noi respingiamo, come tutti i fondamentalismi».
«Sono posizioni - ha proseguito Swoboda - che ci vedono molto scettici, ma forse Buttiglione può adattarsi agli standard europei; ho già avuto un lungo colloquio con lui e penso che si possa trovare una posizione comune».
«La Commisione - ha concluso il segretario parlamentare del Pse - dovrebbe essere all'avanguardia nella lotta per le libertà civili, e non avere posizioni arretrate».
Gottardi: dobbiamo chiedere conto a Buttiglione
«Non solo è legittimo, ma è doveroso - commenta Riccardo Gottardi, co-presidente di Ilga-Europe - che il Parlamento europeo chieda conto a Buttiglione delle posizioni che ha espresso da parlamentare europeo e da ministro italiano. Buttiglione deve superare le contraddizioni delle sue varie dichiarazioni e dimostrare il suo impegno chiaro ed esplicito a difesa dei diritti di tutti, compresi quelli di gay e lesbiche, che sono parte integrante delle libertà fondamentali che sarà chiamato a difendere da commissario».
Per il presidente nazionale Arcigay Sergio Lo Giudice, «I Parlamentari europei finalmente hanno compreso qual è il reale atteggiamento di Rocco Buttiglione sul tema delle discriminazioni contro i gay». Lo Giudice accusa Buttiglione di aver sabotato l’attuazione delle direttiva europea 2000/78/CE, contro la discriminazione delle persone omosessuali sul posto di lavoro. Con il decreto legislativo n. 216 del 9 luglio 2003, presentato al Consiglio dei ministri nella forma voluta anche da Buttiglione, la direttiva europea è stata completamente stravolta e, in particolare, sono state introdotte deroghe al principio di non discriminazione lavorativa di gay e lesbiche, per quanto riguarda l’ambito delle forze armate, dei servizi di polizia, penitenziari o di soccorso.
L'audizione di Rocco Buttiglione è prevista per martedì 5 ottobre, dalle 13 alle 16, a Bruxelles, davanti alla commissione europarlamentare per le Libertà civili, la Giustizia e la Sicurezza. 23/09/2004 - Gay.it - Giulio Maria Corbelli
Sì alle mamme gay
Riconosciuto l'affidamento congiunto a una coppia omosessuale. E' il primo caso PARIGI Una sentenza di giustizia ha riconosciuto, per la prima volta in Francia, una famiglia omoparentale. La trafila giuridica è durata anni ma ora il legame giuridico delle due genitrici con le bambine è «come quello di una famiglia naturale o sposata». Carla e Marie-Laure hanno ottenuto l'affidamento congiunto delle loro tre figlie, Giulietta, Luana e Zelina (5, 7 e 10 anni). Le bambine sono figlie naturali di Marie-Laure, che ha fatto ricorso al'inseminazione artificiale (forse all'estero, visto che in Francia è proibita per le single). Già nel giugno del 2001, Carla aveva ottenuto l'adozione semplice delle tre figlie della sua compagna: una semplice cessione dell'autorità parentale, che permette di aggiungere un legame di filiazione, ma non crea una vera e propria famiglia. Il Pacs non permette l'adozione congiunta da parte di coppie omosessuali. Invece, con la sentenza dello scorso luglio - diventata operativa solo adesso - Carla e Marie-Laure hanno eguale autorità parentale sulle tre figlie. Il tribunale che ha emesso la sentenza, l'ha così giusitificata: la «domanda è conforme all'interesse dei bambini». Secondo l'opinione di un giurista, la sentenza «apre una breccia» nel diritto, ma non è detto che faccia giurisprudenza. La situazione delle famiglie omoparentali in Francia è un vero caos giuridico: ci sarebbero intorno alle 100mila famiglie con genitori dello stesso sesso non riconosciute dalla legge. La situazione più semplice è quella di una coppia che alleva dei figli di un primo matrimonio eterosessuale: in questo caso ci può essere l'adozione da parte dell'altro membro della coppia. Ma si tratta di una situazione minoritaria. D'altronde, dal `66 in Francia è possibile per un single di più di 28 anni adottare un bambino. Ma fatta eccezione per la regione parigina e qualche tribunale di provincia, normalmente i servizi amministrativi non danno il via libera all'adozione se scoprono che si tratta di omosessuali che vivono in coppia. Molte coppie hanno fatto come Carla e Marie-Laure: ricorso all'inseminazione arificiale, ma all'estero. Il Belgio è tra le tappe preferite dai francesi, grazie alla vicinanza, ai prezzi e alla facilità con cui è si può ricorrere alla procreazione assistita.
Per le coppie omosessuali maschili, il caso si complica, perché in questo caso è necessario il ricorso a una madre in affitto che rinunci all'autorità parentale. C'è poi la soluzione artigianale, quella di mettersi d'accordo tra due coppie omosessuali per avere un bambino.
Le associazioni di genitori gay hanno accolto positivamente la sentenza. «Le nostre famiglie esistono - afferma Eric Garnier dell'Associazione dei genitori gay e lesbiche - bisogna ormai tener conto di questa realtà». La sentenza è «a favore dell'interesse del bambino» e riconosce il ruolo del secondo genitore. Per il ginecologo Israël Nisand, «la letteratura medica sull'avvenire psicologico dei bambini di famiglie omosessuali non permette di individuare danni specifici». 23/09/2004 - Il Manifesto - ANNA MARIA MERLO
Francia, una famiglia di sole donne due madri lesbiche con tre figlie
Il caso, raccontato da "Le Monde" rilancia il dibattito sul diritto dei gay ad adottare figli Una delle due le aveva avute con l´inseminazione artificiale. Il giudice: sono entrambe "genitrici"
PARIGI - Carla ha 46 anni, Marie-Laure 45. Si sono incontrate sui banchi della scuola media e sono una coppia solida. Da qualche settimana sono anche la prima coppia omosessuale francese cui un tribunale ha riconosciuto il diritto ad esercitare congiuntamente l´autorità genitoriale. In pratica, con le loro tre figlie di cinque, sette e dieci anni, rappresentano la prima famiglia non eterosessuale legalizzata di fatto. Un caso che farà discutere e che non è necessariamente destinato a fare giurisprudenza: non essendoci stati ricorsi, la decisione presa a luglio dal tribunale civile parigino non è stata esaminata dalla Cassazione.
Il caso, raccontato ieri da "Le Monde", rilancia il dibattito sul diritto degli omosessuali ad adottare figli, molto più acceso di quello sul matrimonio gay. La legge francese è rigida, ma nonostante tutti gli ostacoli offre uno spiraglio: se una coppia omosessuale non può adottare figli, un single di almeno 28 anni può invece farlo, a differenza di quel che succede da noi. Ma i figli di uno non sono figli dell´altro. Almeno fino alla sentenza di luglio, che proprio per questo è considerata un progresso dalle associazioni che si battono in favore dell´adozione.
Carla e Marie-Laure hanno avuto tre bambine grazie all´inseminazione artificiale, con un donatore anonimo, effettuata all´estero perché la legge sulla bioetica autorizza l´uso di questa tecnica solo per le coppie.
Giuridicamente, però, esisteva un solo genitore, quello biologico. Nel 2001, le due donne compiono il primo passo: Carla adotta le figlie della compagna.
Spiega il loro avvocato: «Questa decisione, ancora oggi eccezionale, permette alla madre di origine di cedere la sua autorità parentale al genitore adottivo, ma continuando ad esercitarla nella pratica». Il secondo passo è quello appena riconosciuto: le due donne chiedono una delega dell´autorità parentale per poterla esercitare congiuntamente. E il tribunale, a sorpresa, ha risposto sì, senza suscitare un ricorso da parte della procura della Repubblica. I giudici hanno dichiarato che la coppia non ha tentato di aggirare «lo spirito dei testi per legalizzare una situazione di fatto» e soprattutto ha riconosciuto le due donne come genitrici perché la loro domanda «è conforme all´interesse dei figli».
Secondo i giuristi, non si tratta ancora di un vero riconoscimento dei genitori omosessuali. La delega dell´autorità parentale, infatti, dà alle due persone diversi diritti, ma non influisce sulla filiazione: le bambine restano le figlie di una sola donna. Il caso di Carla e Marie-Laure rimane insomma unico e il dibattito è appena agli inizi. Ma secondo Eric Garnier, responsabile di un´associazione di genitori gay e lesbiche, la società è ipocrita: «Non si tratta di un dibattito virtuale, né di sapere se gli omosessuali hanno diritto o no di avere bambini. Le nostre famiglie esistono e sono sempre più numerose. Bisogna ormai prendere atto di questa realtà».
23/09/2004 - La Repubblica - GIAMPIERO MARTINOTTI
E se Gesù fosse gay?
Don Franco Barbero esamina la provocatoria ipotesi contenuta nel libro "L'uomo che Gesù amava", di Gianni De Martino. "Non c'è attendibilità, né agli omosessuali serve un Papa gay". Questo libro trae origine dallo studio The man Jesus loved del pastore protestante americano Theodore Jennings, ma non ne costituisce né la traduzione né un semplice riassunto.
Le considerazioni che Gianni De Martino svolge nelle prime 50 pagine (le altre sono occupate da interviste e documentazioni) sono pregevoli e affidate ad una penna magica. Ne esce un quadro della vita omosessuale pieno di dignità, liberato dai linguaggi polarizzati. "Continuo a pensare, scrive De Martino, che i gay credenti siano all'avanguardia nel rinnovamento delle chiese cristiane perché amano davvero e molto, forse fin troppo, Gesù" (pag. 43). "Purtroppo c'è l'errata credenza che gli omosessuali siano quelle persone che pongono il sesso al centro del loro interesse e delle loro relazioni con se stessi, con gli altri e con l'universo." (pag. 35). In una relazione d'amore tra due gay "il sesso, anche se è importante, è solo un aspetto della somma dei piaceri amichevolmente e teneramente condivisi. Si mettono infatti alla prova i sentimenti, gli affetti e un vivere insieme che comporta una storicità e un processo di apprendimento alla dedizione, all' affidabilità nei confronti dell'altro e alla responsabilità" (pag. 36).
La tesi del pastore Jennings, dal quale il libro prende lo spunto per un discorso più articolato su fede e omosessualità, non rappresenta una novità: si tratta della "tesi di un'eventuale omosessualità di Gesù, attivamente praticata e non soltanto psicologica" (pag. 6).
Gesù era gay?
Sulla sessualità di Gesù si sono scritte intere biblioteche: sessuofobico? mangione e beone? femminista? sposo di Maria di Magdala? gay?... Non sto a mettere in dubbio la legittimità di ogni ricerca, ma spesso le argomentazioni denotano una scarsa attendibilità sul piano esegetico ed ermeneutico. Se denunciamo certi utilizzi della Bibbia contro gay e lesbiche, può essere sanamente "provocatorio" parlare di un Gesù gay, ma il rischio è quello di andare oltre il testo o contro il testo biblico. L'aver letto i testi su Davide e Gionata in chiave omosessuale ha rappresentato un'operazione non sostenibile sul piano delle scienze bibliche. Il contesto non permette una simile estrapolazione e un "utilizzo" o uno "sfruttamento" di segno opposto, come sottolinea il teologo Romeo Cavedo.
La poche citazioni dello studio di Jennings che De Martino riporta nel suo scritto, dimostrano a mio avviso una scarsa conoscenza del mondo ebraico, dei dati ermeneutici e delle valenze simboliche. Avverto il pericolo di smarrire il rigore ermeneutico e di "annettere un testo alla propria causa" (per es. pag. 21; pagg. 27-28).
E così che si compiono talune affermazioni perentorie che gli studiosi oggi hanno rimesso totalmente in questione: "Non c'è dubbio che l'amico speciale ('quello che Gesù amava') fosse una persona viva e concreta e che sia logico chiedersi se con questo amico speciale Gesù avesse rapporti sessuali" (pag. 24). Ciò che oggi i maggiori studiosi della Bibbia non danno per certo è proprio la "natura" reale o simbolica del "discepolo prediletto". Così pure che la nascita di Gesù sia avvenuta a Betlemme "come tutti ben sappiamo" (come leggiamo nel quadro mitico ed apologetico di Luca) è tutt'altro che certo. Così pure affermare che "la possibilità che l'uomo che Gesù amava fosse Lazzaro e che egli avesse rapporti sessuali con l'amato è impressionante, ma niente nel testo preclude la possibilità sessuale in un tale rapporto" (pag. 29), sembra un gioco di invenzione extratestuale legittimo, ma l'aggettivo "impressionante" è enfatico ed immotivato su base testuale. Ma chi esplora nuovi sentieri ha il diritto ad alcune "eccedenze".
Una ipotesi che apre delle porte
Del resto, come De Martino egregiamente puntualizza a più riprese, Jennings non vuole convincerci dell'omosessualità di Gesù: vuole semplicemente mostrare che è una possibilità (pag. 24). Ma se noi, quasi dimenticando l' ipotesi di Jennings che il libro vuole presentare, seguiamo le riflessioni dense e liberatrici di Gianni De Martino, chiudiamo queste pagine con un maggior arricchimento spirituale, con un accresciuto amore per la persona di Gesù, con una moltiplicata volontà di lasciarci alle spalle i pregiudizi e le condanne vaticane e di vivere gioiosamente secondo ciò che siamo.
A me sembra che, avvertiti di alcuni seri e evitabili rischi, anche le pagine di Jennings diventino utili come provocazione per quel cristianesimo fondamentalista cattolico e protestante che vive di ovvietà e di immobilismo dogmatico. Dice bene l'autore: "penso che la polarizzazione di Jennings sull 'eventuale comportamento gay di Gesù derivi dalla preoccupazione di controbilanciare, in maniera quasi speculare, l'ossessiva negazione della sessualità di Gesù e dei cristiani da parte delle chiese neo-sessuofobiche" (pag. 39).
Dio è amore, anche per i gay
I gay e le lesbiche credenti non hanno bisogno di un Gesù gay. C'è piuttosto l'assoluta necessità di scoprire, anche attraverso la testimonianza di Gesù, che Dio è amore ed accoglienza, un Dio che non ci cataloga secondo questi criteri così ambigui, un Dio che è in pace con i nostri cuori e con i nostri corpi.
Per questo io non sogno nemmeno un eventuale papa "giovane, nero e gay". Potrebbe essere un bel gay represso, un nero 'romanizzato'. E cadremmo dalla padella nella brace.
Mi basta che il Cielo sorrida su tutti gli amori onesti e teneri e che sulla terra la danza della gioia e l'estensione dei diritti facciano cadere le mura di Gerico, perché amarci senza "carità pelosa" (pag. 34) e senza esclusioni è l'unica "verità" che cambia il mondo e durerà oltre il tempo.
GIANNI DE MARTINO L'uomo che Gesù amava Croce editore Roma 2004, pagg. 112, 12,00 22/09/2004 - Gay.it - Franco Barbero
Cosa cambia se il prof è gay?
"L'Italia sul Due" ha affrontato il rapporto tra omosessualità ed insegnamento con Sergio Lo Giudice. Le critiche del Circolo Mieli all'omofobo Ruggero Cambia qualcosa se il prof è gay? Questo il tema della puntata de "L'Italia sul Due”, il magazine quotidiano condotto da Monica Leofreddi, andata in onda ieri pomeriggio alle 14 in diretta su RaiDue.
Il prof in sala era Sergio Lo Giudice, presidente nazionale di Arcigay, questa volta nella veste di insegnante del Liceo Copernico di Bologna, che ha raccontato il suo coming out come insegnante.
Intanto appariva in video Marcello D’Orta, maestro elementare napoletano, reazionario e scrittore (ricordate “Io, speriamo che me la cavo”?) che, lui, se l’è cavata malissimo, invocando una scuola che trasmetta i valori morali di Patria e Famiglia e dichiarando che i gay non dovrebbero poter fare i maestri perché moralmente inadeguati.
Non è mancata la replica di Lo Giudice: fra i valori che la scuola deve trasmettere non c’è l’ipocrisia, da qui l’importanza di non nascondere la propria identità se si vuole trasmettere ai propri studenti il valore della sincerità e una testimonianza di verità
Le altre interviste preregistate a studenti e genitori mandate in onda hanno presentato una grande varietà di posizioni, alcune di grande apertura, altre spaventate da improbabili rischi di proselitismo: alla fine l’elemento dominante risultava un Italia spaccata in due dall’ignoranza della questione.
In studio, Maria Rita Munizzi, presidente del MOIGE (Movimento italiano Genitori) ha ribadito le consuete posizioni familiste dell’associazione: la scuola deve trasmettere un unico modello culturale, fondato sulla famiglia tradizionale; l’omosessualità è una scelta privata e tale deve rimanere. I gay possono insegnare? Sì, purché si adeguino e non facciano proselitismo.
Più ragionevole la posizione di Gabriele Canè, già direttore del Resto del Carlino e della Nazione ed oggi editorialista del Quotidiano Nazionale, che ha lasciato che prevalesse il buon senso: esistono solo gli insegnanti buoni e quelli cattivi, i prof gay esistono e possono essere buoni insegnanti anche senza nascondere la loro identità.
L’argomento del proselitismo è stato autorevolmente superato dalle parole del prof. Gustavo Pietropolli Charmet, psicologo, che ha chiarito che il tema non esiste, dato che l’orientamento sessuale si forma nei primi anni di vita e non è influenzabile dalla volontà di questo o quell’insegnante a caccia di adepti. Lo Giudice ha precisato che l’orientamento sessuale non è una scelta, ma un carattere profondamente radicato nella personalità di ognuno, che quindi non può essere modificato dalla cattedra né può essere considerato con criteri morali. Insomma l’omosessualità – come l’eterosessualità - non è buona né cattiva, semplicemente c’è o non c’è e l’unica scelta è dirlo o non dirlo.
L’altro insegnante preregistrato, il cantautore Roberto Vecchioni, ha fatto giustizia delle affermazioni di D’Orta, citando esempi di bravi colleghi gay e difendendo il diritto ad essere sè stessi a scuola.
A stuzzicare l’Auditel ci ha pensato Maurizio Ruggero, portavoce dell’organizzazione tradizionalista cattolica “Sacro Impero”, (quello che si è menato in diretta con Adel Smith). Dopo aver subdolamente decontestualizzato un affermazione di Mario Mieli per sostenere che tutti i gay sono potenziali pedofili, il fanatico integralista ha delineato la sua idea di scuola: schedatura per tutti gli insegnanti e facoltà di insegnare solo per chi risponda ad una serie di caratteristiche di “superiorità morale”, dal credo religioso alle idee politiche, passando per l’orientamento sessuale.
A questa visione da incubo della scuola ha risposto Lo Giudice, a cui è toccata la battuta finale, che ha spiegato la necessità che la scuola pubblica sia laica e plurale, e che gli insegnanti siano portatori non di un modello sociale e valoriale ma di più visioni del mondo, per permettere così agli studenti di metterle a confronto fra loro sviluppando il loro senso critico.
Forse troppe informazioni (e molta confusione) per l’audience – in prevalenza casalinghe - della fascia 14:00/14:30 ma, alla fine dei conti, un’occasione in più per parlare al pubblico televisivo di un tema ancora scomodo e poco conosciuto. 22/09/2004 - Arcigay.it
|