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venerdì, luglio 30, 2004


L’altolà della Chiesa: «La donna non è una copia dell’uomo»  

Nella lettera del cardinale Ratzinger che sarà resa pubblica domani il no al femminismo radicale


CITTÀ DEL VATICANO - No al femminismo radicale, che tende ad «assimilare in tutto» la donna all’uomo. No alla donna «copia dell’uomo»: perché la pari dignità non vuol dire negazione della diversità di ruolo. No infine alla «ideologia di gender » (genere), che si va affermando nella cultura nord-americana e secondo la quale ogni individuo ha il diritto di scegliere il proprio genere, quale che sia il proprio sesso. Sono i contenuti centrali di una «Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo», a firma del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che verrà pubblicata domani.

Un documento di 37 pagine, diviso in quattro capitoli, che conferma la dottrina cattolica sui rapporti tra uomo e donna, fondata sul versetto del Libro della Genesi che dice: «Maschio e femmina li creò». Espressione che Giovanni Paolo II cita di continuo nella sua predicazione, per affermare insieme la pari dignità e il diverso ruolo dell’uomo e della donna.

Partendo da questo nodo profondo, il documento aggiornerà gli insegnamenti tradizionali sulla partecipazione della donna alla vita pubblica, da considerare un «segno dei tempi», ma che non deve ledere la sua «vocazione» alla maternità; sul sacerdozio da mantenere riservato agli uomini, ma da accompagnare con un ruolo crescente della donna nella vita della Chiesa; sulla vita familiare e la necessità che la famiglia sia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Sono argomenti sui quali Giovanni Paolo II è intervenuto a più riprese, nei 25 anni e più del suo Pontificato. Ne ha trattato fin dagli inizi e per quattro anni, nelle catechesi del mercoledì. Ha poi completato il suo «insegnamento» con la lettera apostolica Mulieris dignitatem del 1988 e con la Lettera alle donne del 1995.

Nel primo di questi documenti il Papa aveva lodato l’impegno del movimento femminista per la liberazione della donna, ma negli anni successivi aveva criticato le correnti radicali di quel movimento. Ad esse alludeva per esempio in un discorso del 1995, nel quale è contenuto questo passaggio: «In tempi recenti alcune correnti del movimento femminista, nell’intento di favorire l’emancipazione della donna, hanno mirato ad assimilarla in tutto all’uomo. Ma l’intenzione divina manifestata nella creazione, pur volendo la donna uguale all’uomo per dignità e valore, ne afferma nel contempo con chiarezza la diversità e la specificità. L’identità della donna non può consistere nell’essere una copia dell’uomo, essendo dotata di qualità e prerogative proprie, che le conferiscono una sua autonoma personalità, sempre da promuovere e incoraggiare».

Più recentemente - nel novembre del 2001 - il Papa indicò nell’«ideologia di genere ( gender )» un nuovo avversario della concezione cattolica sulla coppia umana: «Desta preoccupazione la crescente divulgazione nei fori internazionali di fuorvianti concezioni della sessualità e della dignità e missione della donna, soggiacenti a determinate ideologie sul genere ( gender )».

Se le indiscrezioni raccolte ieri sono esatte, il nuovo documento avrebbe proprio il compito di dare espressione completa alla «preoccupazione» per quell’ideologia, che il Vaticano ha più volte indicato come implicita in documenti dell’Onu sulla donna e sulla famiglia.

Il Lexicon del Pontificio consiglio per la famiglia, pubblicato l’anno scorso (per l’Italia dalla Edb), alla voce Genere (gender) afferma che secondo quell’ideologia, propria del femminismo radicale statunitense (viene citata come autrice portabandiera Judith Butler), «la mascolinità e la femminilità non sarebbero determinate fondamentalmente dal sesso, ma dalla cultura».

Ne verrebbe una «rivoluzione culturale» che viene così descritta: «Quale che sia il suo sesso, l’uomo potrebbe scegliere il suo genere: potrebbe optare per l’eterosessualità, l’omosessualità, il lesbismo. Potrebbe persino optare per la transessualità, cambiare di sesso».

Ne verrebbero anche - sempre secondo il Lexicon - una pluralità di «generi», ben oltre il maschio e la femmina della Genesi: «eterosessuale maschile, eterosessuale femminile, omosessuale, lesbica, bisessuale e indifferenziato».
 
30/07/2004 - Corriere della Sera - Luigi Accattoli




postato da Diamocela | 12:28 | commenti


Il vero scontro di CIVILTA’  

La tesi di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà sembra fondata. Ma più che sulla democrazia, la contrapposizione culturale tra Occidente e mondo musulmano ha a che fare col sesso. Uno studio recente rivela che i musulmani apprezzano la democrazia quanto gli occidentali, ma quando si passa ad analizzare l’atteggiamento nei confronti del divorzio, dell'aborto, delle pari opportunità e dei diritti degli omosessuali emergono vistose differenze. Ed è questo che condiziona pesantemente il futuro della democrazia in Medio Oriente

L'esportazione della democrazia nel Paesi islamici e oggi uno dei principali cavalli di battaglia dell'amministrazione Bush. «Respingiamo con forza l'opinione di chi non crede che la libertà possa prosperare in Medio Oriente», ha dichiarato tempo fa il segretario di Stato Colin Powell presentando la nuova proposta della Casa Bianca per l'incentivazione delle riforme politiche ed economiche nel Paesi arabi (Middle East Partnership Initiative). Dal canto suo Condoleeza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente George W. Bush, ha spesso ribadito l'impegno degli Stati Uniti per «il cammino del mondo musulmano verso la libertà». Ma siamo sicuri che il mondo musulmano voglia procedere nella stessa direzione? Il presidente Bush afferma ottimista che «non c'è alcuno scontro di civiltà» quando si tratta « dei diritti e dei bisogni fondamentali di uomini e donne>, ma c'è chi ne dubita. La discussa tesi formulata da Samuel P. Huntington nel 1993, secondo la quale il divario culturale fra "cristianità occidentale" e "cristianità ortodossa e Islam" rappresenterebbe la nuova linea di frattura dello scontro, ha assunto una risonanza ancora maggiore dopo l'11 settembre. Richiamandosi a questa tesi la giornalista Polly Toynbee scriveva sul quotidiano inglese Guardian che «c'è un esercito globale di fondamentalisti il cui principale fattore di coesione è l'odio verso i valori occidentali, percepiti come frutto della tradizione giudaico-cristiana». Sull'altra sponda dell'Atlantico il rappresentante democratico in Campidoglio Christopher Shays, del Connecticut, dopo aver ascoltato per ore e ore testimonianze sulle relazioni fra gli Stati Uniti e l'Islam, sbottava stizzito: «Perché la democrazia non prende piede in Medio Oriente? Cosa c'è che non va in quella cultura e in quella gente? Sembra che per loro la democrazia non sia un valore per cui valga la pena di impegnarsi e lottare».


Huntington risponderebbe che al mondo musulmano mancano i valori politici fondamentali che stanno alla base delle democrazie rappresentative occidentali: separazione tra Stato e chiesa, stato di diritto, pluralismo sociale, istituzioni parlamentari e tutela dei diritti individuali e delle libertà civili come cuscinetto fra i cittadini e il potere dello Stato. La risposta sembrerebbe totalmente plausibile, visto lo scarso successo dei tentativi di radicamento delle democrazie elettorali in Medio Oriente e nel Nord Africa. Secondo le più recenti classifiche di Freedom House, dei 192 Stati del mondo circa due terzi sono democrazie elettorali ma solo un quarto dei 47 Paesi a maggioranza musulmana lo è, e nessuno dei principali Paesi di lingua araba rientra in questo quarto.


Questa prova indiziarla non è però sufficiente a dare ragione a Huntington, perché non ci dice nulla sulle convinzioni più profonde dei musulmani. Vero è che, almeno fino a oggi, scarseggiavano le prove che le società occidentali e quelle musulmane poggiano su valori profondamente diversi. Ma i dati combinati delle due più recenti ondate di rilevazione del World Values Survey (Sondaggio dei valori mondiali - Wvs), condotte rispettivamente negli anni 1995-96 e 2000-2002, forniscono un'imponente massa di dati significativi. Basato su questionari che esplorano i valori e le credenze diffusi in più di 70 Paesi, il Wvs è uno studio approfondito dei cambiamenti socioculturali e politici mondiali e copre più dell'80% degli abitanti della terra. Un confronto dei dati raccolti da queste rilevazioni nei Paesi musulmani e non musulmani di tutto il mondo conferma la prima parte della tesi di Huntington: la cultura è importante, davvero molto importante. Le tradizioni religiose hanno lasciato un'impronta durevole sui valori oggi condivisi. Tuttavia Huntington sbaglia nel ritenere che il principale terreno di scontro fra l'Occidente e l'Islam siano i valori politici. Attualmente molte società sparse nelle diverse parti del mondo (sia musulmane sia giudaico-cristiane) considerano la democrazia la migliore forma di governo. La vera frattura fra Occidente e Islam, totalmente trascurata dalla tesi di Huntington, riguarda le pari opportunità e la libertà sessuale. In altre parole, i valori che dividono le due culture hanno molto più a che fare con la sessualità che con la politica. Le nuove generazioni dei Paesi occidentali sono diventate gradualmente sempre più liberali su questi temi i Paesi musulmani invece rimangono i più conservatori del mondo.


Queste divergenze di valori rispecchiano il sempre crescente squilibrio economico fra Occidente e mondo musulmano. Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, commentando il grado di emancipazione femminile in Medio Oriente, osservava l'anno scorso che «nessun Paese può raggiungere lo stato di benessere e di sviluppo cui aspira, o competere in un mondo globalizzato, se la metà dei suoi cittadini è emarginata e priva di potere». Ma il nocciolo della questione ha a che vedere con problemi ben più complessi del modo in cui i musulmani considerano le donne. L'impegno di un Paese nel garantire le pari opportunità e la libertà sessuale si dimostra ancora una volta l'indicatore più affidabile dei modo in cui quel Paese sostiene i principi di tolleranza ed egualitarismo. t dunque vero che la maggioranza dei cittadini dei Paesi musulmani vorrebbe la democrazia, ma nelle loro società la democrazia potrebbe non essere sostenibile.


HUNTINGTON ALLA PROVA DEI FATTI


Huntington sostiene che « I concetti di individualismo, liberalismo, costituzionalismo, diritti umani, uguaglianza, libertà, stato di diritto, democrazia, libero mercato, [e] separazione fra Stato e chiesa» hanno scarsa risonanza al di fuori dei Paesi occidentali. Inoltre è dell'idea che gli sforzi dell'Occidente per promuovere queste idee provochino una reazione violenta contro l'imperialismo dei diritti umani». Per mettere alla prova queste affermazioni abbiamo diviso i Paesi presi in esame dal Wvs in nove categorie corrispondenti alle nove principali culture contemporanee, basandoci prevalentemente sulla tradizione religiosa sottesa a ciascuna cultura. Ne risultano 22 Stati in rappresentanza della cristianità occidentale (i Paesi dell'Europa occidentale, cui bisogna aggiungere il Nord America, l'Australia e la Nuova Zelanda), dieci nazioni dell'Europa centrale (sono anch'esse di religione cristiana occidentale ma hanno vissuto sotto regimi comunisti), 11 Paesi a maggioranza musulmana (Albania, Algeria, Azerbaigian, Bangladesh, Egitto. Indonesia, Iran, Giordania, Marocco, Pakistan e Turchia), 12 Paesi di religione cristiana ortodossa (come Russia e Grecia), 11 Paesi latinoamericani a maggioranza cattolica, quattro Paesi dell'Est asiatico improntati al modello sino-confuciano, cinque Paesi dell'Africa subsahariana, il Giappone e l'India.


A dispetto di Huntington, che ritiene sia in atto uno scontro di civiltà fra l'Occidente e il resto del mondo, il Wvs rivela che in questo momento storico la democrazia è ben vista praticamente ovunque. In quasi tutti gli Stati una netta maggioranza della popolazione ritiene che «avere un sistema politico democratico» sia una cosa "buona" o addirittura "molto buona". Questi risultati rappresentano un cambiamento straordinario rispetto agli anni 30 e 40, quando in molti Paesi i regimi fascisti avevano il consenso delle masse, e rispetto ai decenni in cui i regimi comunisti hanno goduto di ampio sostegno.


Negli ultimi dieci anni la democrazia è diventata l'unico modello politico apprezzato a livello mondiale, a prescindere dalle differenze culturali. Fatta eccezione per il Pakistan, la maggioranza dei Paesi musulmani oggetto dello studio ha un'alta opinione della democrazia: in Albania, Egitto, Bangladesh, Azerbaigian, Indonesia, Marocco e Turchia una percentuale variabile fra il 92 e il 99% della popolazione vede di buon occhio le istituzioni democratiche: è una percentuale persino maggiore di quella rilevata negli Stati Uniti (89%). Eppure, per quanto rincuoranti possano essere questi dati, il fatto che un popolo sia favorevole a parole alla democrazia non implica necessariamente che ne approvi i principi di base, né che il suo leader permetterà lo sviluppo di istituzioni democratiche. Le costituzioni di Stati autoritari come, per esempio, la Cina riconoscono principi democratici come la libertà di culto, che vengono poi violati nella pratica politica.


NESSUNO AMA I LEADER FORTI


Alle elezioni del 2000 in Iran i candidati riformisti hanno ottenuto circa tre quarti dei seggi in Parlamento ma il potere è rimasto saldamente nelle mani di un'élite teocratica. Il fatto che molti cittadini di un Paese apprezzino l'idea della democrazia è già un bel passo avanti. Ma questo sentimento dovessero accompagnato da atteggiamenti più profondi, quali la fiducia reciproca e la tolleranza nei confronti di gruppi marginali o marginalizzati, e questi atteggiamenti devono in ultima analisi essere condivisi da chi controlla l'esercito e i servizi segreti. 1 dati del Wvs rivelano che, pur tenendo nella dovuta considerazione le differenze nello sviluppo economico e politico, l'atteggiamento favorevole nei confronti delle istituzioni democratiche nelle società musulmane è analogo a quello che si registra nel Paesi occidentali. Una solida maggioranza di persone nei Paesi occidentali come in quelli musulmani considera la democrazia la forma di governo più efficiente: il 68% dei campione non concorda con l'affermazione che le democrazie sono inefficaci» e «non sono in grado di mantenere l'ordine» (tutte le altre aree culturali e i restanti Paesi, eccezion fatta per l'Est asiatico e il Giappone, sono molto più critici), e lo stesso numero di intervistati (61 %) su ciascun fronte del presunto scontro di civiltà rifiuta con fermezza le forme di governo autoritarie, esprimendo disapprovazione per i leader forti" che «non devono preoccuparsi del Parlamento o delle elezioni». Rispetto alle civiltà occidentali, quelle musulmane sono più favorevoli all'idea che le autorità religiose abbiano un ruolo attivo nella vita sociale. Tuttavia, questa preferenza per le autorità religiose non rappresenta tanto una differenza fra Occidente e Islam quanto fra l'Occidente e molte altre società meno laiche di tutto il mondo, specialmente dell'Africa subsahariana e dell'America Latina.


Un esempio: i cittadini di certi Stati musulmani sono in grande maggioranza convinti che i politici che non credono in Dio non siano adatti a ricoprire cariche pubbliche» (88 % in Egitto, 83% in Iran e 71 % in Bangladesh), ma questa affermazione trova ampio consenso anche nelle Filippine (71%), in Uganda (60%) e in Venezuela (52%). Persino negli Stati Uniti quasi due quinti dei cittadini credono che gli atei non siano adatti a ricoprire cariche pubbliche.


Eppure, quando si passa a considerare l'atteggiamento nei confronti delle pari opportunità e della libertà sessuale, il divario culturale fra Islam e Occidente si trasforma in un abisso. Sull'argomento "pari diritti e opportunità per le donne", che è stato sondato chiedendo se gli uomini siano leader politici migliori delle donne o se l'educazione universitaria sia più importante per i ragazzi che per le ragazze, i Paesi occidentali e quelli musulmani registrano rispettivamente l'82% e il 55% di si. Le società islamiche sono anche decisamente meno permissive nel confronti dell'omosessualità, dell'aborto e del divorzio. Tali questioni rientrano in una gamma di principi e atteggiamenti più ampia, fatta di tolleranza, fiducia, attivismo politico e importanza attribuita alla libertà individuale che va sotto il nome di "valori dell'espressione personale". La misura in cui una società attribuisce importanza a questi valori ha una grande influenza sulle possibilità di nascita e sopravvivenza di una democrazia. In tutti i Paesi presi in esame dal Wvs l'attenzione alle pari opportunità, indicatore chiave del livello di tolleranza e di libertà individuale, è direttamente proporzionale al livello di democrazia raggiunto dalla società.


In tutte le democrazie consolidate la maggioranza dei cittadini respinge l'affermazione secondo cui «gli uomini sono leader politici migliori delle donne>. Nessuno degli Stati in cui meno del 30% dei cittadini rifiuta questa affermazione (come la Giordania, la Nigeria o la Bielorussia) è una vera democrazia. In Cina, uno dei Paesi meno democratici del mondo, la maggioranza dei cittadini ritiene che gli uomini siano leader politici migliori delle donne, nonostante il partito abbia da lungo tempo posto l'accento sulle pari opportunità (fu Mao Tse-tung a dire che le donne sostengono l'altra metà del cielo»). Le donne cinesi occupano poche posizioni di potere e sono molto spesso vittime di discriminazioni sul posto di lavoro.


L’India è un caso limite. E’ una democrazia parlamentare di lunga data con un controllo indipendente, sia giudiziario sia civile, delle forze armate, compromessa però da uno stato di diritto debole, da arresti arbitrari ed esecuzioni extragiudiziali. La condizione della donna in India riflette questo dualismo. I diritti delle donne sono garantiti dalla costituzione e Indira Gandhi è stata alla guida del Paese per 15 anni, senza contare l'attuale ruolo di Sonia Gandhi. Eppure la violenza domestica e la prostituzione coatta sono diffuse in tutto il Paese e, stando al Wvs, quasi la metà della popolazione è convinta che siano gli uomini a dover governare.


GLI OMOSESSUALI AL BANDO


Anche il modo in cui una società considera l'omosessualità è una buona cartina di tornasole per valutare il suo atteggiamento verso la parità dei diritti. La tolleranza di gruppi ben integrati non è mai un problema, ma per valutare se una nazione è davvero tollerante è sufficiente individuare il gruppo più sgradito e chiedere alla popolazione se ai membri di quel gruppo dovrebbe essere consentito indire assemblee pubbliche, insegnare a scuola o far parte del governo. Oggigiorno sono relativamente poche le persone che esprimono aperta ostilità nei confronti di altre classi, razze o religioni, ma il rifiuto dell'omosessualità rimane diffuso.

Alla domanda del Wvs se l'omosessualità sia giustificabile, quasi metà della popolazione mondiale risponde "mai" e, come accade per le pari opportunità, questo atteggiamento è proporzionale al grado di democrazia. Nei Paesi classificati come autoritari o quasi democratici il rifiuto degli omosessuali è fortemente radicato: 99% in Egitto e Bangladesh, 94% in Iran, 92 % in Cina e 71 % in India. Per contrasto, queste cifre sono decisamente più basse nelle democrazie consolidate: 32% negli Stati Uniti, 26% in Canada e 19% in Germania.


Non tutti i Paesi musulmani hanno un basso livello di tolleranza nel confronti degli orientamenti sessuali e delle pari opportunità, né sono i soli. Molti Stati dell'ex Unione Sovietica presentano dati analoghi. Tuttavia, nel complesso, i Paesi musulmani non sono arretrati solo rispetto all'Occidente, ma anche rispetto al resto del mondo. Un dato forse più significativo evidenzia che il divario fra l'Occidente e l'Islam è più profondo fra i giovani. Questo ci permette di desumere che le nuove generazioni nel Paesi occidentali siano diventate progressivamente più egualitarie rispetto alle precedenti, mentre i giovani nel Paesi musulmani sono rimasti tradizionalisti quanto i loro genitori e i loro nonni, allargando così il divario culturale.


SCONTRO DI CONCLUSIONI


« I popoli delle nazioni islamiche desiderano e meritano le stesse libertà e le stesse opportunità dei popoli delle altre nazioni», ha dichiarato il presidente Bush nel suo discorso ufficiale alla cerimonia di consegna dei diplomi al cadetti di West Point. E ha ragione. La tesi dello "scontro di civiltà", basato sulla differenza di obiettivi politici fra le società occidentali e quelle musulmane non è che una semplificazione della realtà. L'aspirazione alla democrazia è molto diffusa fra i musulmani, anche fra quelli che vivono sotto regimi autoritari. Huntington ha però ragione quando afferma che le differenze culturali hanno assunto una nuova importanza e rappresentano la linea di frattura dei conflitti futuri. Nonostante quasi tutto il mondo sia favorevole in linea di principio alla democrazia, non c'è ancora un consenso globale su valori quali la tolleranza sociale, le pari opportunità, la libertà di parola e la fiducia reciproca, valori fondamentali per la democrazia.


Sono queste divergenze a costituire oggi la base dello scontro fra i popoli musulmani e l'Occidente. Ma lo sviluppo economico porta cambiamenti di atteggiamento praticamente in ogni società. In particolare, la modernizzazione provoca cambiamenti sistematici e prevedibili nell'equilibrio fra i sessi: storicamente l'industrializzazione porta le donne a far parte della forza lavoro retribuita e riduce sensibilmente il tasso di natalità. Le donne sfuggono all'analfabetismo e iniziano a partecipare alla vita politica, ma hanno ancora molto meno potere degli uomini. Nella fase postindustriale si verifica un ulteriore spostamento verso una maggiore parità fra i sessi: le donne raggiungono ruoli di dirigenza economicamente più redditizi e acquisiscono potere politico all'interno degli organi di governo. E' per questo che in un Paese relativamente industrializzato come la Turchia troviamo un atteggiamento verso le pari opportunità e la libertà sessuale analogo a quello che si riscontra in altre democrazie di recente istituzione.


NON BASTA UN VOTO


Anche nelle democrazie consolidate i cambiamenti negli atteggiamenti culturali, così come l'atteggiamento nei confronti della democrazia, sono strettamente legati agli stadi della modernizzazione. Nella maggior parte dei Paesi protestanti le donne hanno ottenuto il diritto al voto intorno al 1920, e in molti Paesi di religione cattolica romana solo dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1945 le donne rappresentavano solo il 3% dei parlamentari di tutto il mondo. Nel 1965 la percentuale era salita all'8%, nel 1985 al 12% e nel 2002 al 15%. Gli Stati Uniti non possono pensare di incoraggiare lo sviluppo della democrazia nel mondo musulmano semplicemente inducendo un Paese ad adottare le insegne della democrazia, ovvero a indire libere elezioni e formare un Parlamento. Così come non è realistico credere che le democrazie nascenti in Medio Oriente possano suscitare un'ondata di riforme analoga alla cosiddetta "rivoluzione di velluto" che percorse l'Europa dell'Est negli ultimi anni della Guerra fredda. Un impegno reale a favore delle riforme democratiche dipenderà dalla volontà di mettere in gioco le risorse necessarie per incoraggiare lo sviluppo umano nel mondo musulmano. La cultura ha un impatto durevole sull'evoluzione di una società, è vero, ma non è detto che debba segnare il destino di un popolo.


Di Ronald Inglehart e Pippa Norris
(traduzioni di Alessandra Neve)

Ronald Inglehart è direttore del Centro di scienze politiche dell'Istituto di ricerche sociali dell'Università del Michigan, nonché direttore del World Values Survey. Pippa Norris è titolare della cattedra McGuire di politica comparata alla John E Kennedy School of Government dell'Università di Harvard. Sono autori di Rising Tide: Gender Equality and Cultural Change Around the World (New York, Cambridge University Press, 2003).
da "Global FP" N.3 Luglio/Agosto 2004

























postato da Diamocela | 12:26 | commenti


Matrimonio gay Oregon sotto vaglio della corte suprema  
Il passo obbligato per sancire la validità dei matrimoni gay ottenuto con mesi di anticipo. 
Slem. La corte d'apello, investita dei delle centinaia di ricorsi e conro ricorsi riguardanti il matrimonio gay ha deciso di rivolgersi direttamente alla corte suprema dello stato. La mossa, ampiamente attesa, è stata ottenuta con mesi di anticipo rispetto alla tabella di marcia e permetterà di stabilire se i matrimoni fin qui celebrati sono legali e di riprendere la concessione delle licenze matrimoniali alle coppie gay. La corte interverrà verso settembre ottobre in contemporanea con un referendum proposto dalla coalizione delle associazioni cristiane che cerca di passare una legge che definisce il matrimonio tra uomo e donna. Ma il vaglio costituzionale rischia di invalidare la legge nel caso la corte decreti l'incostituzionalità del divieto a sposarsi per le coppie gay.
29/07/2004 - Gaynews.it - Giorgio Lazzarini

postato da Diamocela | 12:24 | commenti


La donna (im)perfetta si spoglia su Internet  

Il fotografo Benvenuto propone di votare tredici "mogli ideali". Ma c'è un transessuale a fare da intruso

Sarà il giochino dell'estate. La liberazione della donna a colpi di mouse. Dal «burqa di acini d'uva» e dal modello della femmina da passerella, «robotizzata», «tristemente omologata», «succhiata e plastificata». Con buona pace delle femministe e degli stilisti. Ad ideare ildivertissement per voyeur virtuali, il solito Gianfranco Angelico Benvenuto, il fotografo friulano assurto all'onore delle cronache come inventore del calendario delle casalinghe. Che, con la divertita complicità di Piero Pittaro dei Vigneti Pittaro, ne ha combinata un'altra delle sue.Spogliando una schiera di tredici candidate a incarnare il modello de "la moglie ideale", scelte «fra oltre 3mila 500 aspiranti, che hanno partecipato ai provini in tutta Italia», messe in posa prima in studio e ora nella vetrina internettiana. Casalinghe e mamme, pescivendole e impiegate. Donne (im)perfette, che, dice Benvenuto, «con i loro difetti, che sono il vero marchio di qualità di una donna vera», si preparano a fare le scarpe alla algida bellezza bionica della boccoluta Nicole - "donna perfetta" - Kidman.Da oggi alle 10, saranno tutte da cliccare sul sito www.lamoglieideale.it, con un "libero sondaggio" che sembra fatto apposta per eccitare la fantasia maschile nell'indolente clima estivo. Ad innalzare la soglia dellasuspence, il meccanismo a due tappe: nella prima, da oggi alle 10 alle 18 di martedì 3 agosto, il "vedo-non ti vedo", con le anti-modelle celate dietro «un burqa di grappoli d'uva» (Benvenuto dixit), «per vedere se ancora qualcuno si lascia agganciare da uno sguardo».Nella seconda, del "ti stravedo", dalle 18.30 del 3 agosto alle 18 del 12 agosto, il disvelamento delle beltà ruspanti nude come mamma le ha fatte. E con una sorpresa in più. Ultra-pepata. Nel "gioco dell'oca" in versione sexy di Benvenuto, oltre alle tredici canoniche (sei di Udine, due di Pordenone e le altre provenienti da L'Aquila, Napoli, Milano, Venezia, Ferrara e Catania) c'è una quattordicesima pedina. Che vale doppio. «Una delle finaliste - spiega Paola Maroni - che ha coordinato le selezioni - non è una donna ma un transessuale. Il nome dell'intruso, che sarà squalificato, sarà comunicato il penultimo giorno delle votazioni».

Top secretla sua identità, anche se, si sbottona Benvenuto, «è del centro-nord». E a buon intenditor, poche parole. «Un giorno alle selezioni è arrivata questa persona, squisita e disarmata. Ha detto che voleva mettersi in gioco, per vedere se, fra i tanti che criticano i transessuali, qualcuno, vedendola sul web senza immaginare la sua identità sessuale, la avrebbe preferita alle altre». E Benvenuto ha accettato la sfida: «Ci è parso un modo simpatico e spiritoso per lottare contro i pregiudizi».
 
29/07/2004 - Il Gazzettino - Camilla De Mori



postato da Diamocela | 12:18 | commenti


La tv e i matrimoni tra omosessuali  
Un personaggio storico dei Simpsons farà outing nella nuova serie in cui a Springfield si celebreranno sponsali tra persone dello stesso sesso. Argomento trattato anche da Raitre coi leghisti a nozze 
La legalizzazione dei matrimoni gay irrompe in tv. La prima notizia viene da San Diego dove è in corso il Comic-Con International, la fiera più importante dei fumetti. Il produttore dei Simpsons, Al Jean, ha annunciato che nella nuova serie ci sarà una puntata dedicata ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nella cittadina di Springfield, teatro delle storie, per mettere insieme un po' di denaro viene deciso di legalizzare i matrimoni omosessuali. E Homer Simpson si mette subito al lavoro fiondandosi su Internet per ottenere la licenza indispensabile per poter celebrare le nozze. E la ottiene. Sin qui nulla di particolare, la serie aveva già affrontato questioni riguardanti l'omosessualità. Tra gli ospiti c'è stato John Waters e le sue storielle, oltre a una puntata in cui Homer fantasticava su cosa sarebbe successo se fosse stato gay. La novità viene dal fatto che uno dei personaggi storici della serie farà domanda di matrimonio, facendo sobbalzare Homer e gli spettatori che da anni seguono fedelmente le avventure dei Simpsons. Naturalmente Al Jean si è guardato bene dal rivelare chi sia il personaggio che farà outing chiedendo di sposarsi. Tra i fan si è scatenata la battaglia delle ipotesi. Tra le più accreditate quella che indica Waylon Smithers, il segretario e tuttofare del ricchissimo Monty Burns. I suoi comportamenti sono già stati oggetto di dibattito in precedenza. Il dubbio sulla sua omosessualità deriva dall'atteggiamento e dalle fantasie che da sempre ha nei confronti del capo. Fedeltà professionale o fascinazione inconfessabile? Già, perché Waylon sogna spesso di ricevere come dono di compleanno un'enorme torta da cui spunti mister Burns, nudo. Burns che campeggia anche nel suo computer come screensaver. Poi c'è anche il fatto che Waylon vive nel quartiere gay e che sia un appassionato delle bambole Malibu Stacy. Tra gli altri sospettati dai fan ci sarebbero anche Carl e Lenny. Qualcuno punta invece su Moe, il gestore del bar. Senza trascurare il reverendo Lovejoy e il preside Skinner. Tutti maschietti. E se invece fosse un personaggio femminile? Secondo gli autori non è detto che chi farà outing sia uno dei sospettati anzi, potrebbe rivelarsi una sorpresa totalmente imprevedibile. Matt Groening, autore dei Simpsons, ha anche voluto scherzare affermando che si tratterebbe addirittura dello stesso Homer. Per sapere qualcosa di certo bisognerà attendere il prossimo gennaio quando andrà in onda la sedicesima stagione della serie. Di sicuro si conoscono i nomi di alcune delle prossime guest star della trasmissione, tra cui James Caan, Ray Romano, Kim Cattrall e il rapper 50 Cent. Anche la tv italiana si è occupata dell'argomento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Lo ha fatto in particolare Michele Mirabella ieri mattina su Raitre a Cominciamo bene estate. Ospiti in studio il presidente dell'Arcigay e parlamentare ds Grillini e l'onorevole Rivolta di Forza Italia. Un dibattito sereno, aperto. Ma, a ricordarci che siamo in Italia e per troppi l'argomento rimane una sorta di tabù ci hanno pensato un paio di onorevoli leghisti indignati. Con la tradizionale raffinatezza di vocaboli e argomenti che contraddistingue gli interventi della Lega su qualsiasi problema che abbia vagamente a che fare con la civiltà. Se non sapessimo che esistono davvero potremmo crederli personaggi da fumetti.
29/07/2004 - Il Manifesto - ANTONELLO CATACCHIO

postato da Diamocela | 12:17 | commenti


Rai, il ritardo continua. Fusione rimandata a ottobre  

Oggi Cda di Rai Holding, martedì quello di viale Mazzini. Il ministro Gasparri: «La Tv di Stato con il digitale prossima al pay per view»

ROMA Colpo di scena, avrebbe urlato Mike Bongiorno. La fusione tra Rai Holding e Rai Spa, passo fondamentale per la privatizzazione della televisione pubblica, si farà. E c’è persino una data. «Entro il 15 ottobre», dice Piero Gnudi, presidente del ramo Iri dell’azienda, convocato dalla commissione Vigilanza Rai. La notizia arriva, davvero, a sorpresa. Ieri il ministro Gasparri aveva imputato i ritardi rispetto ai tempi fissati dalla sua legge «a problemi fisiologici». Problemi che Gnudi ascrive a dispute giuridiche tra i vari tecnici che hanno dovuto stilare la bozza di statuto. «Ma nessuna divergenza - assicura il dirigente -. Oggi Rai Holding licenzierà il proprio documento. Martedì prossimo il CdA della Rai lo visionerà. Per i primi di settembre pensiamo di poter fornire il testo alla Vigilanza. Dopo che il progetto verrà depositato al registro delle imprese del Tribunale, dovrà rimanere a disposizione per altri 30 giorni, per eventuali creditori.

Diciamo che entro il 15 ottobre la fusione verrà completata». Un passaggio così cruciale - la dismissione del servizio pubblico e conseguente privatizzazione - affidato a un CdA esautorato dalla maggioranza assoluta di San Macuto, privato di un presidente di garanzia, gestito da un monocolore. Gnudi non entra nel merito che, in verità, neppure gli compete, ma giustifica lo sforamento di ben due mesi con la necessità di «licenziare un testo approfondito, in grado di assecondare le esigenze dell’azionista di maggioranza e dei vertici di viale Mazzini». Non si sbilancia sui ruoli che nella futura Rai saranno assegnati a presidente e direttore generale, ma assicura che «tutti i passaggi sono stati effettuati nel rispetto delle leggi».

Grande la soddisfazione del centrodestra, ministro Gasparri in testa, per il ritardo contenuto «solo» nei 60 giorni. Mentre l’opposizione continua a nutrire dubbi. Per i Ds il rischio è che la data indicata da Gnudi possa slittare ancora e, in caso di elezioni anticipate, consentire una sorta di «pista preferenziale» alla Cdl. Scettico anche Antonello Falomi del Gruppo Misto: «Non ci è stato chiarito il reale motivo dello sforamento. Gnudi ha detto che non esistono verbali che testimoniano le diverse posizioni dei tecnici». Stesso parere di Giuseppe Scalera e Giampaolo D’Andrea della Margherita: «Con la fusione si compie l’ultimo atto di un processo dai tempi estremamente lunghi che tiene in pista un consiglio d’amministrazione ampiamente delegittimato, capace solo di manifestare l’ottusa volontà di andare avanti».

A proposito d’ottusità: dura reprimenda di An e Lega per Michele Mirabella. Il conduttore di Elisir, ora impegnato in «Cominciamo bene estate» ha avuto l’ardire di trattare il tema delle coppie di fatto. «Gay compresi - tuona il senatore Michele Bonatesta - Un programma che è stato fulgido esempio di faziosità militante tesa a orientare l’opinione del telespettatore». Replica di Franco Grillini dei Ds: «La destra vorrebbe che certi temi venissero vietati. Invece esistono. Ed è bene ricordare che, oltre a Rai 3, dell’argomento si sta occupando il Parlamento».

Nel frattempo, il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri ieri sera dalla festa del Secolo d’Italia a Rieti dà il via libera alla Rai per trasformarsi in pay per view e competere con Mediaset nel digitale terrestre.

29/07/2004 - L'Unità

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Il diktat di Maniago: «Nessuna apertura ai gay»  

Il vescovo ausiliario di Firenze contesta l’interpretazione data alle osservazioni del presidente toscano della Cet, monsignor Plotti, sulle coppie di fatto 
FIRENZE Un passo indietro a nome della Chiesa. «Da parte dei vescovi toscani non c’è nessuna apertura, come qualcuno ha pensato di interpretare, a forme di riconoscimento e di equiparazione tra famiglie e convivenze non matrimoniali». A dichiararlo è monsignor Claudio Maniago, vescovo ausiliare di Firenze, in un'intervista rilasciata al Sir, il Servizio di informazione religiosa promosso dalla Cei. «Oltre ai temi della solidarietà e della sussidiarietà, intesi non solo per equilibrare i rapporti di potere e collaborazione tra Stato, Regione e altre realtà istituzionali, ma anche per avvicinare in modo più concreto le stesse istituzioni locali alla gente - prosegue nel suo intervento Maniago - il nodo che maggiormente ha preoccupato l'episcopato toscano è quello della famiglia». Il nodo attorno a cui tutta la vicenda ruota è la lettera che il presidente toscano della Cei, monsignor Alessandro Plotti scrisse al presidente del consiglio regionale, Riccardo Nencini, prima della definitiva approvazione dello Statuto. Nel dettaglio, Plotti chiedeva la modifica dell’articolo relativo alle coppie di fatto sostenendo la necessità di «diritti doveri per le persone impegnate stabilmente in altre forme di convivenza» senza però entrare in alcuna specifica relativa al sesso. «In quella lettera - ha invece precisato monsignor Maniago - i vescovi toscani hanno chiesto con forza che nello Statuto emergesse chiaro il “favor familiae” espresso dalla normativa costituzionale, che riconosce, sostiene e valorizza la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna. Al tempo stesso si è insistito sulla necessità di evitare ogni indebita equiparazione tra famiglie e convivenze non matrimoniali, fermi restando i diritti-doveri inalienabili e costituzionali di ogni persona». Nessuna apertura, insomma, nel diktat di Maniago «ma piuttosto fedeltà a una tradizione che riconosce solo nella famiglia legittima la prima cellula, sorgente e risorsa della società e della solidarietà, la fondamentale esperienza di comunione e responsabilità umana e sociale, il luogo naturale della trasmissione e continuità della vita».

29/07/2004 - L'Unità


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mercoledì, luglio 28, 2004


PACS. Approvata in commissione giustizia l'indagine conoscitiva  

Disabbinate le leggi relative al matrimonio. Si discuterà per ora solo delle leggi sul pacs 
Un altro passo avanti in Commisisone Giustizia alla Camera sul Pacs. Nella seduta odierna la Commissione è stato dato il via libera all'indagine conoscitiva che partirà a settembre alla riapertura dei lavori della Camera.

Si tratta di uno strumento ufficiale e regolamentare delle Commissioni parlamentari che consente di verbalizzare interamente gli interventi anzichè la sola sintesi come avviene solitamente. Si tratta quindi di un importante strumento di indagine i cui risultati rimarranno nella storia parlamentare e costituiranno una valida opportunità sia per la discussione attuale che, eventualmente, per la prossima legislatura.


Nella stessa riunione è stata accolta la proposta di disabbinare le leggei relative al matrimonio. Rimangono così in discussione le proposte di legge 3296 Grillini, 795 Bellillo, 4334 Rivolta, 4442 Buemi, 4588 Regione Toscana, 4585 Moroni.

27/07/2004 - Gaynews.it



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Europa più omofoba e antiabortista  

Una slovacca a capo della Commissione diritti e uguaglianza di genere. Ma odia i gay: «Sono malati» 
A. D'AL.
BRUXELLES

«L'omosessualità è un problema di salute, una malattia, un difetto», l'affermazione è di Anna Zaborska, da ieri presidente della Commissione Diritti della donna ed uguaglianza di genere del Parlamento europeo. Adesso tocca a lei dettare l'agenda e coordinare i lavori della Commissione chiamata a sviluppare tutta la politica di uguaglianza per la donna. Attenzione, oltre ad avercela con gli omosessuali, è contro l'aborto e la politica di controllo delle nascite. La frase d'apertura non è infatti l'unica perla di questa slovacca di 56 anni ultraconservatrice ed in odore di Opus Dei, arrivata all'Eurocamera con i voti degli elettori della Democrazia cristiana slovacca e giunta alla presidenza della Commissione Diritti della donna sotto lo stendardo dei popolari europei e grazie alla repentina scomparsa dall'aula dei socialisti. Venerdì scorso la candidatura della Zaborska aveva sollevato un polverone. Sulle ali di una forte mobilitazione da parte di diverse associazioni slovacche in difesa dei diritti di gay e lesbiche e di collettivi per l'emancipazione della donna, la Zaborska veniva infatti bocciata per 20 no contro 14 sì. A quel punto i popolari gridavano allo scandalo, alla rottura del patto tra Ppe e Pse per la distribuzione delle presidenze di Commissione (8 al Ppe, maggior partito, 5 al Pse, 3 ai liberali, una a verdi, comunisti e all'eurodestra di Europa delle Nazioni) e mandavano all'aria l'elezione della socialista francese Pervenche Beres alla presidenza della prestigiosa Commissione di Economia e questioni monetarie. Per far intendere l'antifona, l'elezioni della Pervenche veniva rimandata a dopo quella della Zaborska. Nessuno lo dice apertamente ma siamo di fronte al più classico dei ricatti, che oltretutto ha dato i suoi frutti. Ieri pomeriggio, nella ripetizione della votazione, i rappresentanti del Pse uscivano dall'aula e la Zaborska passava lo scoglio del voto segreto con 15 sì, 4 no e 3 astensioni.


«In questa occasione i socialisti - sottolinea Raul Romeva, eurodeputato verde di Iniciativa per Catalunya ed assai attivo contro l'elezione della Zaborska - hanno preferito non presentarsi. Adesso non rimane che aspettare e vedere come si comporterà, non è lei che decide ma è lei che organizza i lavori». La votazione è avvenuta nel tardo pomeriggio ed è stato impossibile rintracciare un membro socialista italiano della Commissione diritto delle donne, anche perché non erano a Bruxelles. Rimane un vuoto che per obbedire a logiche di potere finisce per premiare una visione retrograda del concetto di uguaglianza.


Ultracattolica, la Zaborska ce l'ha infatti con la donna in fatto di riproduzione, e con gli omosessuali in generale. Secondo lei i collettivi gay che organizzano le Love o Gay Parade non sono in grado di avere delle responsabilità con i bambini e gli adolescenti e la legislazione dovrebbe proibire loro di dedicarsi all'insegnamento, all'assistenza o all'animazione. Naturale la preoccupazione in tutta la comunità omosessuale europea, ma la mobilitazione non ce l'ha fatta contro la ripartizione delle poltrone. Adesso si vocifera che i socialisti stiano cercando di mettere in piedi un intergruppo, sorta di gruppo di pressione di deputati di diverso colore, per provare a mitigare gli effetti della Zaborska. Tardi, e soprattutto l'intergruppo non serve praticamente a nulla.
 
27/07/2004 - Il Manifesto







postato da Diamocela | 15:19 | commenti


Spettacolo e scambi culturali  

Un'operazione culturale estesa ai paesi del Mediterraneo, per consentire il dialogo, il confronto, lo scambio, la vicinanza. Non esiste un solo modo per provarci. I linguaggi sono tanti quanti al mondo sono gli individui, di ogni razza, sesso, religione, colore, e il 1° Gay Mediterranean Expo (28 luglio - 12 agosto), la manifestazione promossa dall'associazione culturale Pegaso's e patrocinata dall'assessorato al Turismo e allo Spettacolo del Comune di Catania, sceglie la nostra città per parlare «in grande».
Parate e fenomeni da baraccone, come tanti se ne sono visti, l'ostentazione e la caricatura esibita per gridare i propri diritti, non troveranno spazio nella kermesse, dove la «connotazione sessuale» non elide la portata del messaggio sociale, né l'aspetto ludico, né quello impegnato. E' uno spettacolo «puro», è la trama di un'operazione culturale aperta, a dispetto di chi la vorrebbe chiusa o non la vorrebbe per niente, trincerato in un orto di pregiudizi. Il livello dell'evento permette la fruibilità ad una popolazione senza distinguo, che guardi agli stessi obiettivi, che senta pulsare la stessa esigenza: «essere», in ogni campo, in ogni settore, fuori dai limiti, oltre steccati e bandiere, esattamente come si è, e «condividere», ma senza rubare spazio, e senza «tollerare», che già significa esercitare uno sforzo per accettare.

Primo evento di questo tipo che abbia luogo nel nostro Paese. Catania si fa grande e accoglie, nella sede del Pegaso's, in Viale Kennedy, le organizzazioni commerciali e le associazioni gemellate di altre città del sud, Napoli, Bari, Palermo, e poi israeliani e greci, con cui le «trattative» per metter su una situazione di questo tipo, non sono state semplici, ma è andata. Usi e costumi, arte e parte di ciascuno, insieme a far spettacolo e a far riflettere, in due settimane che offriranno proiezioni, discoteca, dibattiti, animazione, gli stand di Riccardo Di Salvo con le sue opere letterarie, serate a tema (come la serata greca), la notte delle stelle e dei fuochi d'artificio, gli interventi del presidente nazionale di Arcigay Sergio Lo Giudice.

«Non è stato facile comunicare "a distanza" - sottolinea il dott. Giovanni Calogero, amministartore unico del Pegaso's - ma siamo riusciti nel nostro intento, in vista di un obiettivo ambizioso, avvicinare il Mediterraneo a Catania».

E se non si esaurisse in se stessa la «spettacolarità» dell'evento? Se significasse «apertura», «svolta», o,

(e sarebbe, questo, il traguardo più ambizioso), «condivisione»?

«E' la prima volta che un'amministrazione di destra consente e sostiene (a costo zero n.d.r.) un evento di questo tipo -aggiunge Calogero - . Il sindaco Scapagnini e l'assessore Strano ci hanno aiutato, senza esitazione».

Un colpo plateale ai pregiudizi, nel consenso ufficiale. Catania, come ha ricordato Nino Strano «città laica». No agli scandali e alle bravate esagerate, alle sbavature volgari e ai contorni farseschi e ridicoli. Non è il carnevale di Rio, è un «tuffo» nel Mediterraneo, per approdare su altre sponde, legati da un elastico che si tende per avvicinarci e scoprire che facciamo parte della stesso bacino. Vicini, lontani, lontani, vicini.

Tutto questo lo spiegheranno in conferenza stampa, questa mattina alle 10,30 all'Hotel Nettuno, gli organizzatori, approfondendo anche i risvolti socio-economici dell'Expo.

27/07/2004 - La Sicilia - Valentina Sciacca


postato da Diamocela | 15:18 | commenti
 
       

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