|
venerdì, aprile 30, 2004
Diversità e rispetto...
Diversità e rispetto
In questi giorni sta nascendo una certa polemica sugli omosessuali, ed in particolare sul fatto di riconoscerne o meno la formalizzazione di coppia. Un tempo sarebbe nato uno scontro ideologico; oggi per fortuna si tratta di un tema che ha risonanza solo nei dintorni di una campagna elettorale. Cerchiamo di inquadrare il problema sul piano sociale. Gli omosessuali sono decisamente minoranza e come tutti i gruppi sociali meno numerosi sono sottoposti a discriminazioni, se non vere e proprie violenze di ogni genere. Ma se affermassimo questo per la nostra società faremmo un pessimo servizio a noi stessi e anche a questi nostri concittadini; chi di noi può onestamente affermare di non avere conoscenti o amici omosessuali, che sempre più, ringraziando Dio, sono normalissime persone? Anzi a volte migliori di tanti altri? In realtà la diversità di queste persone è principalmente una costruzione sociale, perché spesso la collettività si sente tanto più normale quanto più etichetta qualcuno come 'diverso'. Questo tuttavia è sempre meno vero per gli omosessuali oggi, perchè hanno trovato ampi spazi di convivenza civile; certo non è così in tutti i casi, ma va anche riconosciuto che solo negli ambienti culturalmente più poveri si riesce ancora ad essere così razzisti da etichettare impunemente l'omosessualità. Vi è tuttavia un aspetto di questo nuovo equilibrio sociale, che può ancora rappresentare un problema; vi sono infatti alcune posizioni che, per ideologia o interesse, ancora sperano di fare battaglie feroci sulla discriminazione. La debolezza di queste posizioni sta proprio nel fatto di essere spesso superate da una parte significativa di società assai più tollerante di quanto forse vorrebbero. Il tentativo di queste posizioni di rivendicare a tutti i costi un riconoscimento 'familistico' è in fondo un sintomo di debolezza. Anche senza scomodare le credenze religiose ed il sistema di valori della maggioranza della popolazione, è evidente che la vitalità della famiglia è ancora oggi soprattutto quella di una coppia eterosessuale con potenzialità o efficacia riproduttiva.Una tendenza un po' semplicistica ritiene invece che basti attaccare l'etichetta di famiglia a qualsiasi convivenza, per risolvere tutti i problemi. In realtà sarebbe decisamente meglio accettare l'idea, ben radicata del resto socialmente, che vi è da un lato la famiglia e che le altre forme di convivenza vanno altrettanto accettate e rispettate. Fare di tutto un gran calderone risolve pochi problemi e crea solo difficoltà a quelli che accettano l'idea che la famiglia costruisce risorse in più soprattutto quando si impegna a fare figli. In una società del rispetto delle differenze forse è tempo di ammettere che la famiglia ha una sua identità sociale, anche se non tutto e sempre è famiglia.Del resto il rispetto reciproco si costruisce nelle diversità riconosciute e non nella finzione delle uguaglianze finte. 30/04/2004 - Il Gazzettino - Silvio Scanagatta
BOLOGNA: ARCIVESCOVO...
BOLOGNA: ARCIVESCOVO CAFFARRA: GIOVANI, NO A DISEDUCATORE SOVRANO
La ''dissoluzione del reale nel gioco senza fine delle interpretazioni ha avuto sui giovani un effetto devastante perchè ha estenuato in loro l'uso della ragione''. Una analisi impietosa e preoccupata della realtà, oltre che delle tendenze culturali attuali, e un verdetto implacabile: ''provate a far fare ai nostri giovani un ragionamento'' che richieda ''un paio di passaggi, non ne sono più capaci''. L'arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, sceglie il tema dell'educazione per il suo esordio da relatore: abbigliato in clergyman (mai indossato da biffi nelle occasioni pubbliche), il presule pronuncia il suo intervento a villa Pallavicini, in occasione di un convegno del centro sportivo italiano (CSI), per chiamare i sacerdoti ma anche i laici impegnati come educatori a fronteggiare e vincere ''la sfida'' che ''la cultura oggi dominante'', intrisa di ''gaio nichilismo'', lancia al mondo cattolico. Al fianco dell'arcivescovo siede il vescovo di Rimini, Mariano de Nicolo'. in sala ci sono molti giovani sacerdoti e laici e c'e' anche l'assessore comunale allo sport, Paolo Foschini. Caffarra cita buoni maestri: il cardinal John Henry Newman, Gregorio di Nissa, Blaise Pascal. Ma anche i filosofi pagani come Seneca e il poeta Giovenale. Indica anche alcuni cattivi maestri, come il filosofo Gianni Vattimo e Jean Paul Sartre. Tanto bene non va neanche con Umberto Eco, colpevole di avere con i suoi romanzi applicato la dottrina secondo la quale ''non esistono i fatti, non esiste la realtà ma solo delle interpretazioni della realtà''. La ''diagnosi'' della situazione, alla quale Caffarra fa seguire anche ''la terapia'' (''una radicale e totale alternativa'' alla cultura dominante), e' una ''constatazione'': ''mai come oggi- dice l'arcivescovo- l'ambiente ha avuto strumenti di così dispotica invasione delle coscienze'', al punto tale che più che di un ''educatore'' si deve parlare di ''un diseducatore sovrano''. Questo diseducatore e' ''l'ambiente'' che circonda i giovani ed e' tale da ''rendere impraticabile l'atto educativo, avendolo reso impensabile''. Se infatti educare significa ''introdurre una persona nella realtà'', la cultura dominante ha insegnato e insegna ai giovani l'opposto: ''essa dice che non esiste una realtà da interpretare ma solo delle interpretazioni della realtà sulle quali e' impossibile pronunciare un giudizio di verità''. insomma: ''poichè non ci sono fatti e' impossibile dare un giudizio di verità... pensate al successo dei romanzi di Eco'', fa notare a questo punto Caffarra. Che poi esemplifica le sue parole con un riferimento al matrimonio: ''se l'essere uomo o donna non possiede alcun senso oggettivo'' e' normale che si chiami matrimonio anche l'unione di una donna con una donna, o di un uomo con un uomo. Nella ''dissoluzione del reale'' sta la ''vera malattia mortale'' dei giovani, che hanno finito con 'l'estenuare il gusto di far uso della propria ragione''. Lì, ancora, ha radice un male ulteriore, che ha a che fare con la libertà diventata ''mero arbitrio'' e dove ''una scelta vale un'altra''. Questo genera ''stanchezza spirituale'' e quella ''tristezza del cuore'' della quale parlavano i padri del deserto. Infine una ulteriore patologia: ''viene meno il senso della propria vita come una storia'', e non si e' più capaci di scelte definitive. Caffarra scherza e cita una madre superiora che, di recente, lamentava la richiesta di una novizia a rimandare ulteriormente i voti definitivi: ''ma figliola, hai trent'anni'', le avrebbe fatto notare la religiosa. Lo stesso accade fuori dal convento e dalle mura di istituti religiosi: ''e' vero o no- chiede Caffarra alla platea- che il problema più diffuso con cui l'educatore fa i conti oggi e' il diffondersi delle libere convivenze, preferite per lo più senza alcuna ragione al matrimonio?''. e che dire dei giovani che ''vivono in famiglia fino a 30-35 anni?''. Caffarra stigmatizza l'esistenza di un ''progetto educativo alternativo'' a quello cristiano. un progetto che sta riassunto nelle parole del filosofo Gianni Vattimo a cercare di vivere ''senza nevrosi in un mondo nel quale dio e' già morto''. E che si concretizza, per esempio, quando a scuola si fa dell'''educazione sessuale'' una mera informazione volta ad evitare ''i danni fisici che sono l'aids e l'avere un figlio''. In questo contesto, oggi si educa solo ''alla tolleranza'' dell'altro intesa come indifferente sopportazione della diversità. ecco Sartre che definisce ''l'altro un inferno''. Ecco ''il gaio nichilismo contemporaneo'', che ''giudica l'altro come un fatto privo di significato'' da ''tollerare''. A questo punto, inevitabile, la domanda: ''e' possibile educare in questo contesto'' per la chiesa e il mondo cattolico? Caffarra non ha dubbi: la sua risposta e' affermativa e mette in campo la necessità di ''un'alternativa totale e radicale''. Nella quale sia evidente che ''educare significa guidare'' i giovani ''verso la beatitudine'', cioè ''la pienezza dell'esistenza''.
giovedì 29 aprile 2004 DIRE in Attualità
CANADA: OK LEGGE CHE...
CANADA: OK LEGGE CHE PROTEGGE I GAY DA DISCRIMINAZIONE
Dopo il si' del Senato, la legge del Canada protegge da oggi gli omosessuali da qualsiasi atto di discriminazione o di odio nei loro confronti. Chi se ne rende responsabili compie un reato penale. La legge gia' approvata dalla Camera lo scorso settembre ha incontrato una certa opposizione da parte di coloro che temevano che la liberta' d'espressione ne sarebbe stata compromessa. Altri temevano che alcuni passi della Bibbia che condannano l'omosessualita' potrebbero essere considerati letteratura che incoraggia l'odio. La legge, che e' in attesa della formale approvazione reale, aggiunge i gay e le lesbiche ai gruppi legalmente protetti dall'incitazione all'odio e al genocidio. Fino ad oggi la legge proteggeva i gruppi identificabili in base a colore, razza, religione e appartenenza etnica, ma non in base all'orientamento sessuale.
ANSA giovedì 29 aprile 2004
CALCIO: COPPA DEL MO...
CALCIO: COPPA DEL MONDO OMOSESSUALI NEL 2005 IN DANIMARCA
Si giocherà in Danimarca, dal 31 luglio al 6 agosto 2005, la quarta edizione della coppa del mondo di calcio per omosessuali. Lo ha annunciato oggi l'associazione omosessuali e lesbiche della Danimarca. Il torneo si svolgerà a Valby, cittadina a sud di Copenaghen, e vedrà la partecipazione di 40 squadre, 20 maschili e 20 femminili. "Questa manifestazione sarà l'occasione per attirare l'attenzione sui club di calcio per omosessuali", ha spiegato Johnny Hansen, uno dei responsabili della PAN Sports, che aveva organizzato nel 2003 l'8/a edizione dei Giochi Europei (9 discipline) per omosessuali a Copenaghen. Le precedenti edizioni della coppa del mondo di calcio per gay e lesbiche - si legge dal sito de L'Equipe - si erano svolte a Londra, Sydney e Boston.
APC mercoledì 28 aprile 2004
giovedì, aprile 29, 2004
Orgoglio gay: siamo ...
Orgoglio gay: siamo il 14%, facciamo un partito Roma Tanti: quasi il 14% della popolazione. Tanti al punto di pensare di organizzarsi anche politicamente: un partito. Forse. Gay, lesbiche, bisessuali e transessuali hanno discusso ieri, in un convegno "Diritti Gay: privilegi o diritti umanitari", di quanto sia ancora lungo il cammino per arrivare alla completa emancipazione. E hanno scoperto, con un po' di sorpresa, di essere meno ghettizzati. Quasi la metà degli italiani (il 49,2%), rispondendo a un sondaggio, ha sostenuto che amare una persona dello stesso sesso sia sempre e soltanto una questione personale. E allora Imma Battaglia, dell'associazione "Di Gay Project", ha lanciato la sua proposta, quasi una provocazione: «Una lista elettorale per i diritti degli omosessuali, che partecipi direttamente alle elezioni; una lista che non sia ambigua sui temi dei diritti degli "omo", "trans" e "bisex", che possa far sentire il proprio peso». E' finita, forse, la caccia alle streghe. Lo dicono i dati che emergono dall'indagine condotta dall'Eurispes. Un terzo della popolazione (32,8%) sostiene di tollerare l'omosessualità: appena un decimo la considera ancora "immorale"; mentre c'è ancora una forte percentuale di indecisi (quasi 8%). Sono le donne che accettano l'omosessualità: il 55,1% delle donne pensa che sia "una forma d'amore come un'altra". Solo il 43,1% dei maschi ha la stessa convinzione. E sempre i maschi sono più ostinati nel difendere la propria intransigenza: per il 12,1% di loro è"totalmente immorale" l'omosessualità; una percentuale che scende all'8% tra le donne. Ma l'Eurispes avverte che anche il Paese va verso una maggiora tolleranza. Man mano che scende l'età degli intervistati cresce la percentuale di chi mostra di accettare la diversità sessuale. Ed è soprattutto l'Italia del nord a mostrarsi comprensiva. Quando poi la ricerca è scesa nel dettaglio della politica, il divario tra centrodestra e centrosinistra diventa abissale. Quasi il 70% dell'elettorato di sinistra (69,3%) considera l'omosessualità una scelta valida al pari della eterosessualità; nell'altro schieramento appena il 38% è disposto a sottoscrivere una simile scelta. Eppure quasi la metà dei gay si dichiara credente e, quasi sempre, cattolico osservante. Certo le resistenze sociali e familiari sono ancora forti: quasi il 60% degli intervistati sostiene che, di fronte alla notizia di un proprio figlio omosessuale, reagirebbe in maniera positiva, sia pure dopo un primo momento di sconcerto. Il 10% sarebbe disposto a tollerare la notizia, ma a patto che della cosa, in famiglia, non si parli mai più. Appena l'8% non accetterebbe mai la situazione. Molto alta, infine, la percentuale di coloro che accetterebbero la possibilità di matrimoni gay: quasi il 52%.
A. M. B. (29/04/2004 - Il Secolo Decimonono)
mercoledì, aprile 28, 2004
La Costituzione dell...
La Costituzione delle mille famiglie, di Felice Mill Colorni (gaynews.it)
Tempo fa Rai Educational ha trasmesso un incontro fra un gruppo di liceali romani e un illustre costituzionalista, attivo militante della sinistra. A una ragazza che gli chiedeva se non ritenesse opportuno prevedere qualche forma di tutela giuridica delle famiglie di fatto e di quelle omosessuali, il protagonista della trasmissione rispondeva: «Secondo l'articolo 29 della Costituzione, la Repubblica riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, dunque le famiglie di fatto non possono venire tutelate, perché è assente l'elemento determinante che è il matrimonio», concedendo poi che tuttavia una qualche attenuata forma di riconoscimento sarebbe stata ipotizzabile sulla base dell’art. 2, relativo alle «formazioni sociali ove si svolge la personalità» dell’individuo. La citazione dell’art. 29 è testualmente sbagliata, ma l’errore è molto significativo, perché rispecchia una convinzione oggi molto diffusa, frutto di un vivacissimo attivismo politico-culturale, che è riuscito a riportare il dibattito diffuso su questi temi indietro di svariati decenni. Questa storia secondo cui l’articolo 29 primo comma della Costituzione impedirebbe di riconoscere parità di diritti alle famiglie di fatto e a quelle omosessuali (distinte, queste ultime, dalla generalità delle prime, in quanto le coppie gay in Italia non possono scegliere volontariamente se essere o meno “di fatto”) è in effetti da qualche anno un Leitmotiv del neoclericalismo italiano che, sempre più minoritario nella società, riesce a guadagnare peso politico grazie ad aggressive strategie di lobbying e all’accondiscendenza dell’intera classe politica: anche di molti “laici”, scarsamente interessati a questi argomenti e quindi pronti ad assecondare il punto di vista clericale, ritenuto (a torto) molto popolare fra gli elettori. La storia si ripete: anche alla vigilia del referendum del 1974 i politici “laici” erano convinti che gli elettori avrebbero bocciato la legge sul divorzio. Da ultimo, si è fatto un largo, aggressivo e apodittico uso di queste tesi sull’art. 29 primo comma in occasione del dibattito parlamentare sulla legge sulla fecondazione assistita. L’articolo 29 della Costituzione non dice affatto, come una lettura superficiale potrebbe suggerire, che la Repubblica riconosce come famiglia solo quella definita come «società naturale fondata sul matrimonio» - definizione, peraltro, come è evidente, intrinsecamente contraddittoria e comicamente incongrua, dato che è ben arduo sostenere che un negozio giuridico come il matrimonio esista “in natura” o sia sempre esistito ed esista ovunque e fondi un modello di famiglia sostanzialmente identico in tutte le società umane. L’art. 29 dice invece una cosa diversa: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». I costituenti vollero con ciò statuire che lo Stato non avrebbe potuto fare a meno di garantire «i diritti» delle famiglie fondate sul matrimonio, alle quali veniva così assicurata una relativa sfera di autonomia rispetto al potere regolativo dello Stato: di qui l’illegittimità costituzionale una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. I cattolici hanno sempre tentato di interpretare questa norma secondo la loro prospettiva giusnaturalistica, affermando che a tali famiglie viene qui piuttosto riconosciuta una priorità e una originalità rispetto all’ordinamento dello Stato. Hanno sempre negato che il riferimento al carattere di «società naturale» della famiglia possa ricavarsi da un concetto sociologicamente determinato e storicamente mutevole di che cosa costituisca “famiglia” ai sensi della Costituzione e che a tale espressione vada quindi riconosciuto un valore puramente recettizio. Questa tesi però non nasce con lo scopo artificioso di fornire oggi una legittimazione costituzionale al riconoscimento delle famiglie di fatto o di quelle omosessuali, ma era già stata sostenuta in epoca non sospetta: per esempio, già nel capitolo del Commentario della Costituzione diretto da Giuseppe Branca dedicato all’art. 29, redatto nel 1976 da Mario Bessone. In ogni caso, rispondendo alle critiche dei parlamentari laici contro il carattere ideologico che altri democristiani, come La Pira, intendevano attribuirle, lo stesso Aldo Moro, in sede di Assemblea costituente, dichiarò che quella dell’art. 29 «non è una definizione, è una determinazione di limiti». E Mortati ribadì che essa aveva lo scopo di «circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione». L’autonomia della famiglia fondata sul matrimonio, come “formazione sociale intermedia”, non avrebbe potuto essere invasa da interventi autoritari, come quelli messi in atto dai regimi fascisti appena tramontati o da quelli comunisti, volti a soppiantarla a vantaggio di regolamentazioni autoritative di taglio statalista o collettivista e di modelli organizzativi o fini contrastanti con quello di sede del libero e autonomo svolgimento della personalità dei suoi singoli componenti e di tutela dei loro «diritti inviolabili» (così definiti dall’art. 2). Punto. L’art. 29 non prende neppure in considerazione modelli familiari alternativi a quello della famiglia fondata sul matrimonio, modelli che certo non tutela, ma dei quali anche si disinteressa totalmente, e quindi non gli si può far dire che diritti analoghi o uguali a quelli riconosciuti alla famiglia tradizionale devono essere sempre negati alle famiglie non tradizionali e non fondate sul matrimonio. Un tale riconoscimento da parte della legge ordinaria, infatti, non riguarderebbe minimamente la materia regolata dall’art. 29, e non avrebbe nessuna incidenza su quel che l’art. 29 dispone, dato che non sarebbe suscettibile di modificare, limitare, compromettere o intaccare in nessun modo e in nessuna misura i diritti o la sfera di autonomia delle famiglie tradizionali, che non ne sarebbero neppure sfiorati. Al contrario, è la Costituzione, all’art. 30, che richiede esplicitamente, almeno ai fini della tutela dei figli naturali, l’eliminazione delle leggi ordinarie emanate al solo fine di punire le famiglie diverse da quelle tradizionali (obiettivo che, realizzato in buona misura dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, viene oggi apertamente contraddetto da leggi regionali - come quella del Friuli-Venezia Giulia - che discriminano apertamente i figli naturali per colpire le scelte di vita dei genitori, leggi che non sono ancora state dichiarate illegittime, e che sono state approvate grazie al nuovo clima e ai nuovi poteri ottenuti con l’improvvida riforma sul federalismo interno, oltre che grazie al lobbismo neoclericale e all’assenza di quel controllo democratico diffuso e competente che circonda pur sempre l’attività delle Camere ma non quella dei Consigli regionali). Del resto, all’epoca dell’approvazione della Costituzione, le famiglie non tradizionali non costituivano certo quel fenomeno sociale diffuso ed emergente che ne fa oggi un problema politico di tutto rilievo nelle nostre società; o meglio, esistevano come mera conseguenza dell’impossibilità di scioglimento del matrimonio, ma non costituivano in genere una scelta di vita volontaria, bensì un mero ripiego cui gli interessati avrebbero ben volentieri rinunciato se avessero potuto risposarsi. Tanto meno era pensabile che si potesse mai porre in termini legislativi il problema del riconoscimento delle famiglie omosessuali. Nessuna sorpresa quindi che la materia non fosse ritenuta di rilevanza (addirittura) costituzionale. Anche in linea più generale, d’altra parte, è del tutto illogico pretendere che la particolare o rinforzata tutela esplicitamente garantita dalla Costituzione a una specifica situazione obblighi positivamente anche a denegare lo stesso trattamento ad altre situazioni socialmente analoghe o identiche: la garanzia costituzionale rinforzata di un diritto non implica di per sé anche l’obbligo costituzionale di negare la parità di trattamento ai casi in cui, pure, essa non sia costituzionalmente dovuta. Gli articoli 33 primo comma e 19 tutelano in modo particolare, rispettivamente, la libertà di insegnamento e la libertà di culto, ma nessuno si sogna di trarne la conseguenza che la libertà di espressione del pensiero in altri campi, garantita in modo meno incondizionato dall’art. 21, debba essere obbligatoriamente limitata al solo fine di sottolinearne un presunto minor valore o una minore dignità nei casi che non sono oggetto della tutela rinforzata prevista dagli artt. 33 e 19. Affermare in modo particolarmente solenne e impegnativo i diritti di qualcuno (perché sono la storia recente e gli avvenimenti altrove in corso a consigliare di farlo) non equivale a vietare qualunque minimo riconoscimento dei diritti di qualcun altro; e comunque una così rilevante denegazione di diritti, per essere obbligatoria benché derogatoria rispetto a principi fondamentali della Costituzione, dovrebbe almeno essere stata formulata in modo espresso. Il problema dei limiti costituzionali all’intervento legislativo sulla famiglia ha semmai posto delicati problemi nel passato: quando si è a lungo e animatamente discusso se e fino a che punto proprio la disciplina legislativa della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio potesse essere oggetto di incisive riforme, in particolare in relazione ad un preteso obbligo di garantirne l’indissolubilità (nonostante la Costituente avesse approvato, per soli tre voti, un emendamento soppressivo della costituzionalizzazione dell’indissolubilità) e più in generale in relazione ad un presunto obbligo di preservarne i caratteri tramandati dalla tradizione e ritenuti da politici e giuristi clericali intrinseci ad un astorico modello proprio della «famiglia come società naturale»: e ciò, nonostante che lo stesso art. 29, al secondo comma, e l’art. 30, non solo autorizzassero, ma addirittura imponessero incisive riforme, con ciò smentendo la fondatezza dell’interpretazione “tradizionalista”. Ma questi problemi, risolti con la legge sul divorzio e con la riforma del ’75, non hanno comunque alcuna attinenza con l’introduzione e il riconoscimento di nuovi istituti giuridici, relativi a modelli di famiglia non tradizionali e diversi da quello di cui si occupa l’art. 29. Va tra l’altro rilevato che l’interpretazione qui esposta dell’art. 29 primo comma, perfino banale oltre che strettamente letterale, dovrebbe in teoria essere tutt’altro che sgradita a giuristi di orientamento conservatore, se non portasse a sgradite conseguenze politiche. Essa è infatti perfino coerente con una assai sobria concezione positiva della Costituzione, intesa come mero limite all’attività del legislatore ordinario, concezione abitualmente preferita dai giuristi conservatori, o anche liberalconservatori, a quella di chi nella sinistra italiana ha considerato per anni la Costituzione del ’48 come la traccia di un “programma” di mutamento sociale cui il legislatore ordinario avrebbe dovuto attenersi per realizzarne gli obiettivi di riforma sociale e attuare i valori etico-politici in essa racchiusi (Tarello). Negli ultimi anni si è tentato in realtà di leggere l’articolo 29 primo comma come se esso riproducesse in Italia l’art. 6.1 della Costituzione tedesca, secondo il quale «il matrimonio e la famiglia godono della particolare protezione dell’ordinamento statale» [Ehe und Familie stehen unter dem besonderen Schutze der staatlichen Ordnung]. Tale formulazione avrebbe potuto in teoria, con qualche forzatura, autorizzare interpretazioni restrittive come quelle auspicate in Italia dagli esegeti neoclericali dell’art. 29, dato che l’aggettivo besonder-, qui reso in italiano con “particolare”, copre anche un campo semantico più ampio, che include significati come “speciale” o “über das Normale” (Duden), cioè “superiore al consueto”: se ne potrebbe in teoria dedurre non solo una particolare tutela da regolamentazioni invasive, ma anche l’imposizione di un regime “di privilegio”, derogatorio rispetto al principio di uguaglianza formale. È molto verosimile che all’origine o a sostegno della nuova vulgata interpretativa dell’articolo 29, incentrata non più sui limiti alla regolamentazione legislativa della famiglia fondata sul matrimonio ma sull’asserito divieto di parità di trattamento per le famiglie non tradizionali, ci sia stato, a suo tempo, il più sofisticato e ambizioso intento di proporre in Italia interpretazioni dottrinali restrittive elaborate dai giuristi conservatori tedeschi. In realtà, se tale fosse stato l’obiettivo, va detto che lo sforzo era mal indirizzato: contro la legge tedesca sul “matrimonio gay”, la Lebenspartnerschaftsgesetz, analoga alle leggi “matrimoniali” scandinave, approvata due anni fa dalla coalizione “rosso-verde”, avevano fatto ricorso alla Corte costituzionale i Länder governati da Cdu e Csu, ma la Corte ha recentemente respinto la tesi dell’incostituzionalità (anche se, significativamente, sulla base dell’argomento che tale legge non equipara proprio interamente al matrimonio tradizionale le unioni omosessuali). In ogni caso, in Italia l’art. 29 primo comma stabilisce soltanto che la legge non può denegare i diritti o ledere la sfera di autonomia delle famiglie fondate sul matrimonio, e non tutela, ma neppure regola in alcun modo, le famiglie alternative. Non fissa nessuna scala gerarchica di dignità delle scelte individuali, e non esprime neppure indicazioni o “preferenze” sulle libere scelte che i cittadini compiono riguardo alle loro vite. Questo però non significa che altre indicazioni, anche cogenti, non siano desumibili da altre disposizioni costituzionali. Una norma cardine dell’intero ordinamento costituzionale italiano, come l’articolo 3 primo comma, che impone l’uguaglianza formale fra i cittadini come parametro fondamentale di legittimità della legge ordinaria, impone che situazioni giuridiche uguali siano trattate in modo uguale. Nella misura in cui situazioni giuridiche attinenti alle famiglie tradizionali siano identiche a quelle attinenti a famiglie non tradizionali, queste ultime devono essere trattate in modo identico. Non solo quindi l’art. 29 primo comma non impone un trattamento differenziato, ma la Costituzione vigente nel suo complesso - e in alcuni casi gli impegni internazionali dell’Italia - impongono al contrario parità di trattamento e parità di diritti. E ancora: si è detto che l’art. 29 primo comma colloca la tutela della famiglia nel quadro del sistema delle autonomie riconosciute alle “formazioni sociali intermedie”. Tali «formazioni sociali», che dunque ricomprendono anche la famiglia (tradizionale e matrimoniale) come caso speciale, rivestono il ruolo essenziale di luoghi «ove si svolge la personalità» del singolo individuo, come recita l’art. 2. Come tali esse sono i luoghi all’interno dei quali «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Che fra tali «formazioni sociali» possano riconoscersi anche le “famiglie di fatto” comincia ad essere abbastanza pacificamente riconosciuto da dottrina e giurisprudenza. Ed è altrettanto chiaro dalla lettura complessiva delle disposizioni costituzionali riguardanti le «formazioni sociali» e la famiglia che il loro fine comune è il pieno e libero sviluppo della personalità e dei diritti umani fondamentali degli individui che le compongono (tanto che non ha mai avuto successo il tentativo di attribuire alla famiglia - neppure alla famiglia tradizionale e matrimoniale - il carattere di persona giuridica, titolare di situazioni giuridiche soggettive distinte e sovraordinate rispetto a quelle dei singoli componenti): è evidente che, a questi effetti, qualunque discriminazione non potrebbe che ritenersi del tutto illegittima. Né si pensi che la stessa qualificazione di “famiglia” qui attribuita alle famiglie non tradizionali e non fondate sul matrimonio sia irrilevante o meramente ideologica. Anche a prescindere dall’evidente rilievo assiologico della questione - che pure è costituzionalmente rilevante, trattandosi di riconoscere ai cittadini la «pari dignità sociale» assicurata dall’art. 3 primo comma - sono numerose le norme di vario rango, a cominciare dall’art. 31 primo comma della stessa Costituzione, che attribuiscono alle “famiglie” (non sempre solo alle famiglie con figli) determinati benefici o agevolazioni economici o sociali: la mancata attribuzione della qualificazione di “famiglie” a quelle non tradizionali non potrebbe che comportare pesanti e illegittime discriminazioni, spesso a carico degli individui che le compongono. Quel che può essere oggetto di dibattito è quanto penetrante possa essere la parificazione dei diritti: l’articolo 3 primo comma impone di trattare in modo identico situazioni giuridiche identiche, ma, si argomenta, le situazioni configurabili per le famiglie di fatto non sono mai identiche a quelle delle famiglie fondate sul matrimonio, dato che i partner che hanno dato vita alle prime hanno pur volontariamente scelto di non sposarsi. Ed è evidente che, come ha anche sottolineato la Corte costituzionale, si frustrerebbe tale libertà di scelta, se si volesse imporre loro autoritativamente lo stesso regolamento giuridico delle famiglie tradizionali. Tale argomento è ben fondato nel caso di conviventi di sesso diverso - ma non certo fino al punto di ritenere necessariamente del tutto irrilevante ogni e qualunque conseguenza economica, sociale e giuridica dell’unione di fatto e comunque non mai, come ha anche riconosciuto la stessa Corte, per quel che riguarda i diritti dei figli, che non hanno potuto scegliere proprio nulla. Ma non lo è nel caso delle famiglie di fatto omosessuali, dato che i loro componenti, a differenza dei primi, non hanno potuto affatto liberamente scegliere, in Italia, se sposarsi o meno. E, come tutti gli esseri umani, non hanno neppure scelto il proprio orientamento sessuale, e quindi affettivo, che costituisce così una «condizione personale» ascritta, sulla base della quale ogni discriminazione legislativa dovrebbe ritenersi espressamente vietata dall’art. 3 primo comma della Costituzione. Né d’altra parte si vede in che cosa la condizione giuridica di una coppia omosessuale convivente si possa distinguere rispetto a quella di una coppia di coniugi eterosessuali che non possano o non intendano avere figli. Una soddisfacente soluzione di questo aspetto del problema potrà aversi solo quando anche in Italia sarà consentito agli omosessuali di contrarre matrimonio (come al momento può avvenire solo in Olanda) o almeno di fare ricorso ad un istituto corrispondente che, magari senza assumere il nomen juris di matrimonio, e magari limitandosi a regolamentare soltanto i rapporti fra i partner (senza cioè estendervi l’applicabilità delle norme sulla filiazione), consenta però a due persone dello stesso sesso di scegliere di regolare i loro propri rapporti giuridici e patrimoniali ricorrendo alle stesse possibili alternative fra cui possono scegliere due partner di sesso diverso, senza alcuna discriminazione o differenziazione. Tali istituti sono ormai vigenti in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, e un progetto in tal senso (mirante a istituire le «unioni domestiche registrate») è stato da qualche mese presentato anche al Parlamento italiano dal deputato Grillini e altri. Anche una volta che un tale istituto fosse introdotto nell’ordinamento italiano, resterebbe comunque il problema delle famiglie di fatto (eterosessuali o omosessuali), non intenzionate a ricorrere al matrimonio o alla corrispondente “unione registrata”. La predisposizione di nuovi istituti giuridici ad esse riservati appare necessaria, di fronte alla molteplicità dei legami famigliari e affettivi prodotti dal pluralismo sociale, e può essere prevista sia introducendo la possibilità, per chi lo preferisca, di adottare regolamentazioni pattizie più leggere ed elastiche del matrimonio e dell’“unione registrata” (come il Pacs francese, di cui lo stesso deputato diessino ha appena presentato una versione italiana), sia prevedendo una qualche minimale forma di tutela almeno del partner economicamente molto svantaggiato in caso di scioglimento di convivenze more uxorio anche non formalizzate in alcun modo ma protrattesi a lungo nel tempo. Che la Costituzione italiana vieti tutto questo è un’emerita sciocchezza. Ripetuta ossessivamente da zelanti parlamentari, giornalisti e giuristi neoclericali potrà anche diventare senso comune, come sempre più spesso capita che avvenga alle sciocchezze ossessivamente ripetute dai media. Ma resterà pur sempre un’emerita sciocchezza.
Francia - allarme sa...
Francia - allarme sanità: torna la sifilide
Torna la sifilide. Cinque secoli dopo aver devastato l'Europa la tristemente celebre malattia venerea è in aumento in Francia, al punto che le autorità sanitarie hanno pubblicato, nel numero della rivista medica 'La Revue du praticien' che esce dopodomani, un lungo articolo nel quale chiamano "le squadre della sanità pubblica, i medici e le associazioni a mobilizzarsi di concerto". I gruppi di persone più esposti - la comunità gay maschile - sono chiaramente identificati, spiega Le Monde, e così pure le terapie - il trattamento antibiotico a base di penicillina. Ma ciò che preoccupa maggiormente le autorità sanitarie è che la recrudescenza della sifilide è il sintomo "di un'evoluzione dei comportamenti sessuali in un'epoca in cui la contaminazione da parte del virus Hiv rappresenta tuttora una minaccia reale per quelli che hanno un gran numero di partner sessuali senza ricorrere sistematicamente al preservativo". Nel 2000, rivela la Direzione generale della sanità, negli ospedali parigini sono state registrate 37 infezioni riconducibili alla sifilide. Un anno dopo erano saliti a 207 e nel 2002 erano 401. Dalla primavera del 2002 inoltre, osserva Le Monde, il numero delle confezioni di antibiotico specifico per la sifilide (l'Extencillina) vendute dalla farmacie è in netto aumento. Le persone infette, spiega ancora Le Monde, sono per lo più uomini (96%) di cui oltre la metà ha meno di 40 anni e che, nell'80% dei casi, hanno pratiche omosessuali o bisessuali. Circa la metà di loro (il 46%) sono sieropositivi e fra questi l'8% ha scoperto di esserlo durante la diagnosi della sifilide. Peraltro, un'inchiesta dei Centri di rilevamento anonimi e gratuiti ha rivelato che sifilide e Hiv sono spesso collegati: l'11% dei pazienti colpiti dalla sifilide era anche sieropositivo, contro lo 0,94% di quelli che non avevano la sifilide. martedì 27 aprile 2004 gaynews.it
Irlanda e coppie di ...
Irlanda e coppie di fatto.
In Irlanda le coppie non sposate, comprese quelle omosessuali, dovranno beneficiare delle stesse agevolazioni e degli stessi diritti delle coppie sposate. E' quanto afferma una commissione per la riforma legislativa. La commissione suggerisce al governo di concedere alle coppie di fatto gli stessi diritti in tema di: proprieta', fisco, salute e pensioni. L'Irlanda, paese molto cattolico in cui il divorzio e' stato introdotto solo nel 1997, riconosce solo le coppie sposate. Secondo un censimento del 2002, sono 77.000 le coppie che vivono fuori dal matrimonio. Le coppie di fatto, per beneficiare degli stessi diritti, devono essere formate da almeno tre anni, due anni se hanno gia' un figlio. In Irlanda le coppie omosessuali sono passate da 150 del 1996, a 1.300 nel 2002. L'omosessualita' e' stata depenalizzata nel 1993. gaynews.it esteri
lunedì, aprile 26, 2004
L'Olanda si prepara ...
L'Olanda si prepara a chiudere moschea antigay
L'Aia. Il parlamento olandese si prepara a dare il via libera alla chiusura di una mosche a che predica l'uccisione di gay e la mutilazione e il pestaggio delle donne per ridurle all'obbidienza. La moschea Al Taweed è una delle più conservatrici del paese, e vende due libri che sono sotto inchiesta da parte della magistratura, se riconosciuta colpevole, il parlamento è d'accordo in modo trasversale per la sua chiusura, come pure la municipalità di Amsterdam. Nei due libri, si invitano i musulmani a gettare dai dirupi le persone gay o in alternativa a lapidarli vivi. Per le donne che rifiutano di fare sesso al marito, è prevista la pena di 100 frustate e l'abbandono mentre per quelle che disobbediscono è previsto il pestaggio in pubblico. Per non parlare della mutilazione dei genitali femminili. 26/04/2004 - Gaynews.it - Giorgio Lazzarini
Una band tutta lesbo...
Una band tutta lesbo
MILANO - Quattro ragazze toste, quattro musiciste - tra l'altro molto carine - che arrivano direttamente dall'Inghilterra, precisamente da Brighton. Le Electrelane sono un quartetto femminile molto coraggioso, indipendente ed innovativo che si appresta a diventare la rivelazione del 2004. Dichiaratamente omosessuali, non vogliono però essere etichettate e ghettizzate come una gay band.
Volete raccontarci com'è nato il vostro gruppo, quando, come e perché vi siete formate? Abbiamo cominciato io (Verity Suzman - voce, tastiere, chitarra e sax) ed Emma (Emma Gaze - batteria) a suonare a diciassette anni nella mia stanza da letto e così sono nate le Electrelane, circa dieci anni fa. All'inizio avevamo altre due componenti - una chitarrista ed una bassista - che poi sono andate via, abbiamo fatto in seguito dei provini per arrivare alla formazione attuale. Cosa significa "Electrelane" e come nasce? È una parola che suona bene, completamente inventata. Come definite la vostra musica? È molto difficile dare una definizione. È anche vero che il pubblico cerca sempre di capire e di definire un gruppo musicale. Diciamo che la definizione più vicina è rock sperimentale. Voi siete dichiaratamente omosessuali. Questo ha creato difficoltà per la vostra carriera? No, al momento questo non ha mai creato difficoltà. Non vogliamo però essere limitate dall'etichetta di gay band o lesbo band. La musica è musica. Se un gruppo è valido il fatto che sia etero o gay non è primario. Se usiamo delle definizioni diamo per scontato che ci siano delle categorie di persone e questo non è il massimo. Non è bello usare le categorie come bianco e nero ecc. Gli esseri umani non sono mai definibili in una parola sola, in qualsiasi ambito, sociale, lavorativo, affettivo, sessuale. Anche nell'ambiente gay può capitare per esempio che una donna ami una donna, poi un uomo e poi torni nuovamente ad amare una donna. Le definizioni e le categorie sono molto ristrette per l'essere umano. Che cosa pensate invece degli artisti che invece giocano con l'omosessualità senza esserlo, vedi Madonna e Britney recentemente oppure le T.A.T.U.? In realtà quella tra Madonna e Britney è stata una cosa molto superficiale, tanto per fare scena, costruita. In un certo senso il punto è che gli uomini si sentono minacciati da una cosa del genere quando è seria. Gli uomini hanno difficoltà ad accettare che due donne possano amarsi e mettersi insieme, vivere una vita insieme. Non riescono a capire e ad andare oltre al fatto che due donne che stanno assieme non sono lì per soddisfare una loro fantasia sessuale, non comprendono che può esserci una base sentimentale solida. Tutto si ferma alla superficie per questa loro paura. Non sono disposti ad accettare questa cosa perché si sentono come esclusi da un certo tipo di relazione, diversa dalle relazioni socialmente accettate a livello mondiale. Che cosa pensate invece degli artisti omosessuali che non fanno coming out, che non dichiarano la loro omosessualità per paura o altri motivi? Il dichiararsi e fare coming out è un fatto personale. Nel vostro cd ci sono alcuni testi a tematica gay, da dove avete tratto l'ispirazione? In realtà noi non specifichiamo mai se si tratta di uomini o donne nei testi. Anche quando viene fatto può assumere una dimensione più generale. Per la mia esperienza, avendo avuto negli ultimi anni esperienze con donne, la scelta è stata quella di avere un soggetto femminile, in realtà non è il punto di partenza. Essere gay a Londra è molto facile, molti ragazzi gay, anche dall'Italia decidono di andarci a vivere. È la stessa cosa nelle altre parti d'Inghilterra, per esempio nella vostra zona d'origine? Noi viviamo a Brighton, vicino a Manchester che è una città molto gay. Al nord dell'Inghilterra c'è molta più omofobia anche se le donne hanno tutte i capelli corti ed un aspetto molto più mascolino (ridono) ma questo è solo un caso. In realtà se ti baci in pubblico o giri per mano ti guardano molto strano. Avete problemi quando andate ad esibirvi in queste zone? Il nostro pubblico è molto misto. Non abbiamo un seguito particolarmente legato all'ambiente gay. Non siamo percepite come un gruppo legato esclusivamente a quest'area e comunque non facciamo nemmeno un tipo di musica che può essere accostato all'ambiente gay in maniera univoca. Nei vostri testi usate molte altre lingue oltre all'inglese, spagnolo, tedesco, come mai non l'italiano? (ridono) Bellissimo! (dice Verity, in italiano) Non lo abbiamo ancora usato, l'italiano è una lingua bellissima, molto musicale, lo useremo nel prossimo cd. È veramente una lingua con delle vocali particolarmente musicali. Conoscete qualche canzone italiana? "Senza una donna" di Zucchero… Beh… giusto per rimanere in tema di donne!!! Stavamo scherzando! Volete aggiungere qualcosa per i lettori di gay.it? …comprate il nostro disco! (ridono) Sappiamo che in Italia state facendo molto per i diritti dei gay, questo è molto importante affinché le cose possano cambiare, un bacio televisivo come quello di Madonna e Britney in realtà non ha questa finalità. Quali sono i vostri progetti futuri? Adesso promuoveremo "Power Out" ed alla fine dell'anno vogliamo incidere un nuovo cd. A maggio saremo di nuovo in Italia con un mini tour. Questa è la prima volta che venite a suonare in Italia? Sì, e siamo molto felici ed eccitate.
Le Electrelane sono: Emma Gaze (batteria), Rachel Dalley (basso), Mia Clarke (chitarra) e Verity Susman (tastiere, voci chitarra e sax). "The Power Out" (Too Pure/Self) è un ottimo lavoro, con moltissimi riferimenti culturali nei testi ed un'interessante ricerca musicale che spazia dal pop all'elettronica. Hanno all'attivo anche un altro album, "Rock It To The Moon" ed un EP "I Want To Be The President". Una band al femminile assolutamente da tenere d'occhio. Fate attenzione al loro tour in Italia nel prossimo mese.
25/04/2004 - Gay.it - Francesco Belais
|